A Quiet Place: silenzio, sussurri e grida nel cinema horror

A Quiet Place – Un posto tranquillo (nei nostri cinema dal 5 aprile prossimo) parte da un assunto semplice e geniale: la tua sopravvivenza dipende dalla tua capacità di fare silenzio. Qualsiasi rumore, anche il più piccolo, può essere la tua condanna. Una situazione angosciante e quasi insostenibile, per i protagonisti e per gli spettatori, che John Krasinski, regista e interprete, gestisce in modo magistrale. Anche se la famiglia al centro della sua storia si è abituata a sue spese a questa innaturale mancanza di suoni e avendo una figlia sordomuta è in grado di comunicare col linguaggio dei segni, l’imprevisto è dietro l’angolo.

Da sempre il cinema di genere utilizza il sonoro – o la sua assenza – per suscitare spavento nello spettatore. All’epoca del muto, film dell’orrore come Il fantasma dell’opera, Nosferatu il vampiro, VampyrIl gabinetto del dottor Caligari, sfruttarono al massimo le atmosfere, i trucchi e le scenografie disponibili e ancora oggi sono in grado di spaventare o suscitare inquietudine. Ma è col cinema parlato che il sonoro diventa un ingrediente sempre più fondamentale per la costruzione del terrore. E se avete mai provato a togliere l’audio durante la visione di un horror sicuramente conoscete l’apporto essenziale delle musiche e degli effetti sonori per suscitare paura nello spettatore. L’operazione compiuta da Krasinski è decisamente controcorrente rispetto all’attuale tendenza del cinema horror a riempire ogni momento con suoni, grida e apparizioni a effetto: tutti i rumori che ci sono, nel film, servono a raccontare la storia. Dal momento che i mostri del suo film sono ciechi ma ci sentono benissimo, per sopravvivergli bisogna fare piano, possibilmente non parlare e sicuramente non alzare la voce.

Il cinema del passato ha spesso giocato con gli effetti sonori e c’è stata qualche lodevole eccezione anche in quello più recente. Mettere al centro della vicenda, ad esempio, una protagonista muta o sordomuta aiuta nella costruzione della suspense, perché il pubblico è istintivamente portato a immedesimarsi nella situazione di pericolo. Nel 1945 Robert Siodmak mette in scena un classico del thriller, tratto da un romanzo del 1933. Si tratta di La scala a chiocciola, la cui protagonista, Helen, è affetta da mutismo psicologico. Quando viene presa di mira da un serial killer determinato ad eliminare le imperfezioni dal mondo uccidendo donne afflitte da handicap, non può gridare, aggiungendo un elemento di quasi insopportabile tensione alla ricchezza delle immagini con cui il regista illustra una storia con più colpi di scena, l’ultimo di quali legato proprio alla voce ritrovata dalla potenziale vittima.

Nel 1959 invece, quell’uomo di spettacolo e grande imbonitore di William Castle si inventa in The Tingler (ribattezzato da noi Il mostro di sangue) un parassita che si annida nella spina dorsale umana: per sopravvivergli e ucciderlo chi ne è affetto deve gridare. Lo scienziato Vincent Price riesce ad estrarne uno vivo da una vittima. Muta, appunto. E il pubblico in sala, con l’ausilio di piccole apparecchiature sotto i sedili che rilasciano lievi scosse elettriche, viene incitato a gridare a squarciagola in una sorta di catartico rito collettivo.

Venendo ad esempi più recenti, nel 2016 Mike Flanagan, autore di Oculus e Somnia, racconta nel misconosciuto Hush – Il terrore del silenzio la lotta per la sopravvivenza di un scrittrice muta contro un assassino mascherato nella sua casa tra i boschi. Al regista sarebbe piaciuto farne un film muto, vissuto in soggettiva dalla protagonista, ma ha ritenuto – probabilmente non a torto –-che il pubblico di teenager a cui era rivolto si sarebbe distratto, cercando stimoli sonori al di fuori dello schermo o disertando le sale.

Se il silenzio è spesso l’unico mezzo per salvarsi la vita, l’urlo è uno sfogo, la manifestazione estrema della ribellione del nostro corpo e della nostra mente a una minaccia tangibile. Il cinema dell’orrore è catartico: quando è ben fatto riesce a tenere in bilico lo spettatore fino all’ultimo, prima di assestargli un metaforico colpo di grazia. Ci sono horror che traboccano di grida, al punto da diventare cacofoniche sinfonie dell’orrore, come Non aprite quella porta, Poltergeist, o i film di Rob Zombie e gli splatter in genere, e ci sono attrici, le cosiddette scream queen, che si sono costruite una fama proprio in virtù della capacità polmonare dimostrata sul set.

I registi più geniali hanno saputo manipolare anche questo immancabile momento in modi inaspettati, che lo rendono ancora più efficace. L’urlo che esce dalla bocca spalancata di Janet Leigh di fronte all’aggressione omicida sotto la doccia, in Psyco, si confonde con le stridenti coltellate sonore della musica di Bernard Herrmann. Il grido di Shelley Duvall in Shining si spezza in più parti, si contorce su se stesso, si ripete all’infinito, a singhiozzo, rendendo ancora più tangibile l’enormità dell’orrore che sta accadendo. Laurie Strode in Halloween si nasconde nell’armadio a muro per sottrarsi alla lama di Michael Myers. A gridare in quel caso sono i bambini, mentre lei combatte l’Uomo Nero ad armi pari, rifiutando di trasformarsi in vittima. Così come fa la Ripley di Alien, nello spazio in cui “nessuno può sentirti urlare”, in un film che fa un uso esemplare del silenzio dell’ambientazione e di quello delle vittime del mostro, colte di sorpresa e le cui urla restano congelate nel terrore della loro ultima, raccapricciante visione.

Gli esempi sono innumerevoli, ma per tornare al nostro A Quiet Place, si tratta sicuramente di un’opera capace di catturare lo spettatore dalla prima all’ultima sequenza senza mai annoiarlo. In un momento in cui il cinema tende a spiegare troppo, abbiamo bisogno di film come questo, che ci portino a riscoprire il piacere di guardare e vivere una storia raccontata senza troppe parole ma con un bel po’ di emozioni.