A Quiet Place – Un posto tranquillo: recensione del film di John Krasinski con Emily Blunt

Al netto del pregiudizio positivo che avevo prima di vedere il film – perché John Krasinski a me sta molto simpatico, e penso che con Emily Blunt formino la coppia più bella del cinema contemporaneo, e chi se ne frega se magari nella realtà è odioso e spocchioso, anche se non credo proprio – qui c’è da alzare le mani.

Per uno come lui, uno che viene – tanto da attore quanto da regista – da un tipo di cinema completamente diverso, non era affatto facile cimentarsi per la prima volta con l’horror con questa capacità di gestirne forma ed esigenze, e con questa intelligenza.

E, da spettatori, non è facile né comune ritrovarsi di fronte a un film che sappia generare tanta tensione per così tanto tempo, regalare gli occasionali e salutari spaventi che fan sobbalzare sulla poltrona, per arrivare anche a commuovere.

Insomma, in poche parole, A Quiet Place è un gioiellino.

Ma andiamo per gradi.

Siamo – lo coglie lo sguardo attento ai dettagli, volendo – nel 2020.

E la Terra – o perlomeno gli Stati Uniti – sono stati invasi da creature mostruose, letali, corazzate ma cieche, che hanno sterminato la popolazione umana grazie a un udito super-sviluppato che usano per individuare quelle che considerano niente più che prede. Come annuncia uno stillo in prima pagina su una vecchia copia del New York Post: “È il suono!” (sottinteso “ad attirarli”). E sotto c’è scritto “Rimanete in silenzio, rimanete vivi.”

E allora chissà, è stato forse grazie al fatto che la loro figlia maggiore, pre-adolescente, è sordomuta, e che tutti – madre, padre, fratello – conoscono il linguaggio dei segni, che la famiglia Abbott è riuscita a rimanere in vita più di tante altre.

Li incontriamo, gli Abbott, in un prologo che avrà un’importanza centrale sul resto del film, segnando le psicologie dei personaggi, nell’89esimo giorno di “infestazione”, quando le città sono già deserte e loro hanno già capito che devono camminare a piedi nudi, dettaglio curioso dal punto di vista estetico ma anche in qualche modo metaforico.

E li ri-incontriamo poco più di un anno dopo, nel giorno 472: e le cose non sono cambiate granché, se escludiamo il fatto che papà e mamma Abbott (che poi sono proprio John Krasinski e Emily Blunt) hanno avuto la bella pensata di fare un altro figlio con tutto quello che sta succedendo attorno a loro, creature e tutto, e che lei è incinta al nono mese.

Sono ancora vivi, gli Abbott, dopo 472 giorni.

Ma – e siccome questo è un film ci deve essere un “ma”, sennò non c’è la storia – ecco che le cose, per loro, si complicano. Ecco che il loro regime di silenzio pressoché perfetto viene turbato da una serie di piccoli incidenti che mette la loro fattoria nelle mappe delle creature, ed ecco che arrivano tensioni familiari, divisioni volute e non.

E – per mettere la ciliegina sulla torta – ecco che mamma Abbott ha le doglie: e come si fa a partorire sotto la minaccia delle creature? Come si fa a spiegare a un neonato che non deve piangere, perché se piange muore, lui e tutta la sua famiglia?

Il tema del silenzio, della necessità di non fare rumore, in A Quiet Place è qualcosa di molto più complesso rispetto ai tradizionali horror in cui capita di doversi nascondere da qualcosa o qualcuno, e Krasinski lo sa, e questo tema lo utilizza molto bene.

Ne fa, anzi, un elemento fondante della suspense pressoché ininterrotta del suo film, strutturando diversi piani di silenzio, differenziando quello mantenuto con fatica dalla famiglia Abbott da quello assoluto che circonda la figlia maggiore interpretata da Millicent Simmonds (una che sordomuta è davvero), la figlia che ha un apparecchio acustico che non funziona mai nonostante i mille tentativi di suo padre di aggiustarlo e che finirà per avere un ruolo centrale nella storia.

Ed ecco che allora questo silenzio imposto diventa anche in qualche metaforico di quello che riguarda certi rapporti familiari, contribuendo così a far montare il carico emotivo di un film che già ti prende alla gola quando, per fare un solo esempio, ti mette di fronte a una partoriente che deve conciliare il parto col fatto di avere i mostri letteralmente fuori dalla porta, e che stringe ancora di più e ti fa commuovere un po’ quando fa ballare un uomo e una donna innamorati sulle note di Neil Young (che passano ovviamente via auricolari), ma ancora di più – molto di più – quando poi, alla fine, vengono al pettine i nodi che riguardano cose come l’essere genitori e l’essere figli, e i rapporti tra fratelli.

Poi certo, ci sarebbe anche da parlare del cosa possa significare oggi, in quest’oggi che è caratterizzato da un rumore incessante (di suoni, ma soprattutto di parole, di opinioni, d’informazioni e comunicazioni che spessissimo sono superflue o ridondanti), fare un film dove chi produce rumore muore. Un film dove “stay silent, stay alive” è la massima di vita da incidersi nella mente.

Ma Krasinski, sia stato consapevole di questo sottotesto sociologico o meno, vi insiste poco, pur lasciandolo emergere: perché le sue intenzioni sono altre. Intenzioni tutte legate all’efficacia del genere, e alla famiglia come nucleo della vita e delle società umane.

Che questo sia stato il primo film in cui recita assieme Emily Blunt, che è sua moglie e la madre dei suoi figli, non appare affatto casuale.