“Agli Oscar mi sentivo una turista in un safari”: incontro con Ildikò Enyedi al Festival di Lecce

Chi non ha né venti né trentìanni ricorderà forse la sua opera prima Il mio XX secolo, film in un bellissimo bianco e nero che nell’88, al Festival di Cannes, si aggiudicò a ragione la Caméra d’Or. Chi invece il cinema lo mastica da relativamente poco tempo avrà probabilmente visto Corpo e anima, storia d’amore sullo sfondo di un mattatoio che ha conquistato l’Orso d’Oro a Berlino nel 2017 ed è finito nella cinquina dei migliori film stranieri candidati all’Oscar. Se l’avete perso, il nostro consiglio è di recuperarlo.

 Ildikò Enyedi, che si è trovata a lavorare in un’Ungheria che non ha reso facile la vita degli artisti, è una figura molto interessante, approdata al cinema dal mondo delle arti visive e concettuali. Nei suoi film ha sempre dato importanza al fantastico, al sogno, alla magia, a una certa visionarietà. Ha fatto anche televisione e adesso è pronta a dirigere una star come Léa Seydoux in un film intitolato The Story of My Wife.

Al Festival de Cinema Europeo, che le ha dedicato una retrospettiva, la regista è già stata nel 2000 con Simon Magus, con cui ha vinto l’Ulivo d’oro. La riempie quindi di gioia tornare a Lecce, dove incontra i giornalisti, in una bella sala del centrale Hotel Patria, per raccontare della sua esperienza di regista, del suo paese e della notte delle stelle a Los Angeles. Parla un discreto italiano, che diventa inglese quando gli argomenti si fanno seri.

Il Festival del Cinema Europeo

Vi ringrazio di avermi invitato a Lecce, la mia carriera non è tanto normale, ho avuto successo, ma per diverso tempo non ho potuto fare film, era un periodo molto duro e amaro, in cui era difficile sopravvivere. Spero di avere una vita lunga per poter sviluppare tanti progetti. Sono felice di tornare al Festival del Cinema Europeo. La prima edizione ha avuto per me una grande importanza perché Simon Magus era un film molto personale e quindi era fondamentale per me la reazione del pubblico. Anche se aveva vinto un premio a Locarno, non aveva avuto la risposta che speravo, per cui quando sono venuta a Lecce ero un po’ triste. Ma sono tornata a casa felice, con l’Ulivo d’Oro, che è il premio più bello che abbia mai visto.

I registi e i bambini

Il mio modo di lavorare non è cambiato rispetto agli inizi, tutti i cineasti al principio di ogni progetto tornano al punto zero, noi registi non siamo mai certi di nulla, impieghiamo tutte le nostre energie nei nostri film, nella speranza di poterli realizzare. Essere troppo sicuri di sé è un cattivo segno. In realtà, penso che, nel momento in cui si fa questo lavoro, sia molto importante conservare intatta la propria parte infantile, chi non riesce a conservare il bambino che ha dentro incontra difficoltà maggiori. Da bambini noi manteniamo una coerenza interna, una compattezza di carattere che perdiamo crescendo per via di una serie di pressioni che provengono dall’ambiente esterno: dai genitori, dagli amici e dai colleghi, che vogliono tutti vederci diventare qualcuno. Dobbiamo cercare di resistere a questa pressione e recuperare la nostra spontaneità.

Lavorare nell’Ungheria di ieri e di oggi

Sono stata adolescente negli anni Settanta e all’epoca i valori del ’68 erano molto forti, i margini della cultura si erano improvvisamente allargati. Poi, per più di 20 anni, questi margini si sono ristretti. Oggi sono tanto felice di poter lavorare in un clima migliore e di vedere i giovani che si dedicano al cinema. I margini si stanno nuovamente allargando e i valori che erano importanti per me sono diventati importanti per i mei figli di 22 e 26 anni, e per i giovani cineasti a cui insegno nell’università di Budapest. E bello invecchiare e vedere che si stanno spalancando nuove possibilità.

Il nuovo cinema ungherese

Sono contenta che oggi il cinema ungherese abbia successo, gli autori che lavorano in questo campo sono molto differenti fra loro, cosa che per esempio non accade in Romania, dove c’è un approccio unico, c’è un solo stile. Noi abbiamo una moltitudine di registi che abbracciano diversi stili e generazioni, quindi c’è molta varietà

Il nuovo film

The story of My Wife è tratto dall’omonimo romanzo scritto nel 1942 da Milán Füst. La particolarità del film è che ogni attore parla nella propria lingua. Quanto ai personaggi, i diplomatici parlano francese, i medici in latino i marinai in olandese, e ogni volta che si sono incomprensioni linguistiche si usa l’inglese. Nel romanzo originale al centro della narrazione c’è una storia d’amore appassionata all’interno di un matrimonio, nel mio film invece il punto di vista è soprattutto quello del protagonista maschile, che è il capitano di una nave. Si tratta di un uomo di potere abituato a far rispettare regole precise, le regole della vita marittima. Un giorno questo capitano commette l’errore di innamorarsi di una donna francese (interpretata da Léa Seydoux) e di sposarla, e quando va a Parigi a vivere con lei si rende conto che là le regole sono diverse e più confuse, e allora prova a cambiarle, ma non può. Si tratta di una storia dolorosa, perché quest’uomo perde l’integrità. Le regole in fondo sono una metafora, sono la vita stessa, che diventa inafferrabile, soprattutto quando cerchiamo di tenerla sotto controllo, invece di seguire i flussi e la corrente. Comunque, anche se si tratta della storia di una crisi di un uomo di quarantacinque anni, il film contiene una forte dose di humour, di ironia.  

Gli Oscar

Sono convinta che per noi registi europei contino soprattutto Cannes, Venezia e Berlino, però gli Oscar sono stati un’esperienza appassionante. Sono stata felice di portare mio figlio di 22 anni, ci sentivamo come turisti che fanno un safari. C’era un chioschetto di hot dog chiamato Pink che mi è subito piaciuto e che aveva aperto addirittura nel 1939. Quando l’ho visto, ho pensato che avrei voluto un giorno metterlo in un mio film. Dopo la cerimonia siamo usciti e siamo andati là a mangiare.

Non viviamo in un bel mondo

Quello che mi sconvolge è vedere come l’uomo possa perdere la ragione e comportarsi in maniera completamente irrazionale, è incredibile quanto riusciamo a essere crudeli, vale per l’Europa dell’Est e per democrazie ben più consolidate. Facciamo parte di un esperimento sociale in cui le persone perdono il lume della ragione. Prima di dedicarmi al cinema, ho studiato sociologia perché mi interessavano i comportamenti umani. Mi interessano ancora, solo che ora mi spaventano.