Albanese e la rivoluzione della dolcezza: un italiano a Berlino per parlare di immigrazione

Dal 7 all’11 novembre, una Berlino non ancora battuta dai gelidi venti di metà autunno ospita la quinta edizione dell’Italian Film Festival, che dallo scorso anno raduna il pubblico tedesco e non solo nel multisala del Kulturbrauerei, ex birrificio trasformato in un centro culturale che ospita anche locali per la musica dal vivo, un museo, discoteche, teatri, piccole botteghe artigiane. L’idea di portare in terra di Germania i nostri film e i loro protagonisti è venuta al direttore del Tuscia Film Festival Mauro Morucci, che ha subito coinvolto l’attuale Direttore Artistico Enrico Magrelli e, negli anni, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ente del Turismo Italiano, accostando ad attori e registi, a partire dal 2017, talentuosi musicisti: il 7 novembre gli Almamegretta e lo scorso anno Carmen Consoli.

L’Italian Film Festival 2018 ha come ospite d’onore Terence Hill, a cui è dedicata una retrospettiva che inizierà dopo il festival e che ha presentato la sua quarta prova da regista Il mio nome è Thomas. Gli altri film di questi quattro giorni di cinema italiano sono Euforia, Sono tornato, Come un gatto in Tangenziale, Troppa grazia, la versione restaurata di Ultimo tango a Parigi e Contromano. In rappresentanza dell’ultimo, che tratta in maniera originale e “dolcemente rivoluzionaria” i temi dell’integrazione e dell’immigrazione, è arrivato Antonio Albanese. Lo incontriamo nello stiloso albergo del quartiere Mitte Lux 11 un po’ prima dell’inizio della serata in suo onore. E’ appena arrivato da Milano ed è vestito di tutto punto, e si dimostra gentile e generoso come sempre. Ci sediamo al tavolo del ristorante dell’hotel e, circondati da piante, cominciamo a parlare di Contromano.

“Questo film è uno dei miei gioiellini, l’ho desiderato tanto. L’immigrazione è un tema imponente e delicato che è sempre stato trattato con forza, in maniera diretta. A me invece interessava trasformarlo in una favola. Volevo che il mio personaggio, Mario Cavallaro, arrivasse a rappresentare l’Occidente, così mi sono inventato un omino onesto che è sempre stato condizionato dallo straniero e che reagisce in maniera folle. Poi però, proprio grazie allo straniero, riesce a dare un significato alla propria vita e capisce ciò che davvero desidera essere”.

Quindi Contromano è un film trasgressivo…

Per me è trasgressivo al massimo, lo considero il film più trasgressivo che abbia mai fatto, perché in un momento di così grande tensione, nel quale si tende a strumentalizzare i più sfortunati, i più poveri, gli innocenti, ho deciso di dare a tutte queste persone una dignità attraverso la dolcezza. Può essere presuntuoso narrare l’immigrazione con la dolcezza, però è anche coraggioso.

E comunque tu sei figlio dell’immigrazione…

Sì. Mio padre, quando ha lasciato la Sicilia, non l’ha lasciata per un capriccio culturale, quindi è come se avessi tatuate addosso le storie dei suoi primi anni, anni in cui soffriva di solitudine in una terra che, sì, lo aveva accolto, ma con diffidenza. Sono cresciuto con i racconti delle sue difficoltà e quindi immagino quali disagi possa incontrare chi arriva nel nostro paese, a cominciare da una lingua che non conosce, ma forse nemmeno mio padre la conosceva, perché parlava in dialetto stretto siciliano. In un certo senso era uno straniero anche lui.

Abbiamo visto da poco la tua miniserie tv I topi, in cui rappresenti una famiglia mafiosa scherzando sulla sua ignoranza. L’ignoranza ti fa ancora ridere?

L’ignoranza mi spaventa moltissimo, e forse uso l’ironia proprio per esorcizzare la paura che mi fa. Ne I topi è lampante, e quello che dobbiamo fare è cercare di smetterla di elevare questi personaggi. Dobbiamo far capire di che pasta siano fatti e quali enormi fortune abbiano accumulato con la cattiveria e, appunto, con l’ignoranza: così è facile, però c’è da vergognarsi.

Stiamo attraversando un’epoca di cui bisogna vergognarsi?

Non proprio, voi mass media esagerate: per una sorta desiderio bulimico di dare notizie, tendete a esaltare in maniera negativa un po’ tutto, ma se ci pensate, per esempio, il 2016 è stato l’anno col più basso numero di omicidi della storia dell’Italia. Negli anni ’60 si uccidevano migliaia di persone. Nel 2106 ci sono stati solo 428 omicidi, nessuno lo sa, e sembra che succeda l’opposto. Bisogna stare attenti a non demonizzare gli extracomunitari, bisogna dialogare con loro, scoprire le necessità che hanno, che sono, vere, materiali, sono questioni di vita o di morte, come mangiare o avere un tetto.

Perché la comicità è meravigliosa?

E’ meravigliosa perché è libertà allo stato puro ed è anche indice di libertà. Quando esiste la comicità in un paese, è perché il paese è ancora libero, laddove invece c’è un regime, manca, e questo va tenuto a mente. Poi c’è comicità e comicità. Io per esempio amo quella che ride con gli altri e non degli altri. Ridere degli altri è una cosa piccola e povera, e l’ironia è una fortuna perché è popolare, riesce a coinvolgere e ad abbracciare un paese intero.

Il lavoro del comico è rischioso?

Sì, perché per poter gestire la comicità devi avere mille combinazioni e a volte non bastano la maschera, la curiosità, l’energia, non basta l’entusiasmo, servono altre cose, sono percorsi sottilissimi. La comicità, se tu riesci a inseguirla e ad alimentarla, ti dà però delle soddisfazioni immense: non dimentichiamoci che in questo paese l’ultimo Nobel è andato a un comico, e che Benigni ha vinto l’Oscar.

Tu alimenti la comicità attraverso l’osservazione della realtà. In che modo la osservi? Sei un po’ zavattiniano?

Io ho un’estrazione assolutamente popolare, papà era muratore, mi trovo bene ovunque e quindi sono molto curioso, apro più finestre, non vado solo verso questa o quella zona e, per via del mio lavoro, ho la grande fortuna di attraversare l’Italia, con il teatro faccio il giro d’Italia due volte all’anno, solo che non mi dopo, e ho la possibilità di monitorare, di sentire il respiro di questo paese, di osservare le rabbie, gli sguardi. Mi piace capire come sta la gente, da Milano a Torino, da Palermo a Benevento a Venezia, dalla Liguria a Roma.

E la politica ti piace?

Sì, mi piace. L’ho scoperta qualche anno fa, credo sia la base di tutto.

La politica è comica?

Direi di sì. A capo del partito più grosso di questo paese, se ci pensate, c’è un comico! Ma… non fatemi imitare un politico, vi prego! A parte il fatto che non ne sono capace, mi vergognerei. Il giorno in cui sarò costretto a imitare un politico, mi ritirerò.

Però hai creato dei politici straordinari…

Il bello non è creare tanto delle maschere, dei disegni, ma individuare, attraverso di esse, delle cose. E’ così che sono nati il ministro della paura o Cetto Laqualunque, che tra l’altro ormai è diventato un moderato. Voglio farlo tornare perché abbiamo avuto un’idea che ci fa molto ridere, però è spaventoso il fatto che il personaggio sia stato superato dalla realtà. Se vai a smembrare Qualunquemente, ti accorgi che ogni cosa è stata fatta. Alla prima di Qualunquemente, anni fa, un famoso direttore di un quotidiano italiano mi disse: “Ma qui avete esagerato”. “Esagerato? Ma non vedi che questa è la realtà?”. E infatti molti giornali soffrono proprio di questo: non vedono più la realtà.

La foto sotto il titolo è di Claudio Iannone.