Benevento, rimonta epica Da 0-3 pareggia con il Lecce

Christian Maggio, capitano del Benevento. LAPRESSE

Christian Maggio, capitano del Benevento. LAPRESSE

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Chissà se ogni tanto, durante la partita, Bucchi ha poi pensato a quella frase che ora racchiude un po’ il senso di tutto: “Questo è un torneo imprevedibile”, è stata la sua facile profezia in conferenza. Che tra sorrisi, attese e ambizioni, aveva palesato un filo di preoccupazione rivelatosi tremendamente giusto: perché alla fine, a Benevento, il giro di giostra chiamato Lecce dà tutte le sensazioni esistenti al mondo. E dall’horror puro di uno 0-3 senza storie, il racconto del match supera la fantasia e narra di un 3-3 per cuori assolutamente forti.

le scelte — La prima richiesta di Liverani è semplice: bisogna essere solidi. La seconda è più specifica: gli esterni devono volare, e soprattutto pungere. Fiamozzi e Calderoni mandano a memoria i diktat del proprio allenatore, mentre Arrigoni e Petriccione si preoccupano di schermare per lasciare spazio alle incursioni altrui. Del resto, con un Mancosu così, la luce può anche brillare altrove. Dall’altro lato, Bucchi non ha dubbi: Improta, Insigne e Coda sono il biglietto da visita di una stagione che sarà decisamente lunga. In mezzo, Nocerino accompagna la qualità di Viola e Tello. E Maggio debutta con la fascia ben stretta al braccio.


dura legge — Ci sono almeno tre immagini nitide che il primo tempo del Vigorito sa regalare senz’appello: la prima riguarda il volto di Lucioni, tornato in campo dopo la squalifica per doping, e subito ripiombato nei ricordi di 131 presenze con la maglia sannita. Momenti che dalle parti di Benevento hanno trasformato in delusione, con i tifosi che non hanno certo perso l’occasione di ricordarglielo: per il centrale sono arrivati fischi assordanti dal primo all’ultimo istante di gioco. La seconda immagine è invece la carica di Liverani in ogni frangente in cui i giocatori possono regalargli attenzione: prima chiede a Pettinari di aggredire il pallone, poi ordina agli esterni di sfondare e di proporsi di continuo. Ha ragione da vendere, perché così il Lecce spegne Improta e Insigne: e in mezzo è padrone del campo. Dulcis in fundo: il sinistro di Mancosu, dai venticinque metri, con il pallone che bacia il palo e s’insacca. Sì, proprio uno dei quattro ex della gara. E le leggi non scritte del calcio continuano a tenere banco.

senza storie — Chiedere per credere anche a Filippo Falco, con i campani due stagioni fa: il secondo sigillo è il suo, e nel bigliettino dei ringraziamenti finisce anche la deviazione vincente di Di Chiara. Tre minuti dopo, il silenzio del Vigorito è però ancor più “assordante”: dai quaranta metri, Fiamozzi tenta un cross con chiare intenzioni di smuovere qualcosa o qualcuno. Risultato finale? Gol del 3-0. Pazzesco. E pazzesco Puggioni, che battezza male la palla incredibilmente infilatasi nell’angolo alto della sua porta.

che reazione — Ma questo è un torneo imprevedibile: Bucchi l’ha sostenuto con cognizione di causa e non lo dimenticherà mai. E allora, prima Volta corregge di testa al 69’, poi Ricci – entrato per uno spento Insigne – gira in porta uno spiovente nato da una piccola carambola della difesa leccese. In soli 10 minuti, la partita si ricrea da sola. Ed è bellissima. Anzi: pure storica. Perché Massimo Coda si carica sulle spalle una piazza intera, lanciando al centro per lo scatto di Asencio, bravo a bruciare Meccariello a cui resta soltanto la possibilità di atterrarlo. Calcio di rigore, dal dischetto va proprio Coda: questa storia non meritava altro finale se non il suo 3-3.

 Cristiano Corbo 

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