Bob & Marys: la recensione della commedia con Rocco Papaleo e Laura Morante

La più comune e sensata delle critiche che generalmente vengono mosse alle commedie italiane riguarda la loro mancanza di originalità, la loro sostanziale standardizzazione. Film che si assomigliano un po’ tutti nella trama, nei personaggi, negli ambienti sociali, le professioni, i luoghi e le città che raccontano.

Ecco, fin dai primissimi minuti si capisce che Bob & Marys non è e non vuole essere una commedia come tante altre. Che i suoi personaggi, i suoi temi e la sua storia sono originali e bizzarri, senza forzature; e che anche se c’è di mezzo Napoli e la camorra, e una pratica drammaticamente reale come quella dell’”Accùppatura”, il racconto è quanto di più distante dalle estetiche alla Gomorra che si possano immaginare.

Bob (che poi è Roberto, un bravissimo Rocco Papaleo, un altro dei grandi sottovalutati del nostro cinema) è un insegnante di scuola guida dimesso e succube di un datore di lavoro arrogante e prepotente, con l’hobby del CB, che capiremo poi perché; Marys (che poi è Marisa, una Laura Morante quasi inedita) lavora in una parrocchia come volontaria. Poi c’è la figlia Ursula (Simona Tabasco, bella e brava come si diceva una volta) che fa l’infermiera – ma l’ospedale lo vediamo di sfuggita solo in una scena, e non c’è effetto fiction tv – e che si deve sposare con metronotte nevrotico e insicuro di Andrea De Maria, e loro il pranzo di nozze lo vogliono fare in un ristorante country-western.

E mentre stanno lì a concordare il menù, tra una bizzarria e l’altra, e viene fuori il piano di Marisa per costringere Roberto a cambiare casa, lasciare la vecchia che era di sua madre per una villettina con giardino, tu improvvisamente realizzi quanto deviante sia il film di Francesco Prisco rispetto alle cose che vedi di solito.

Quanto irriconoscibile sia la sua Napoli, che diventa ancor più tale quando Papaleo e la Morante si trasferiscono nella villetta, e poi gli si presentano a casa quelli dell’accùppatura, e loro non reagiscono, ma poi trovano in quella circostanza la forza per ritrovare sé stessi e ritrovarsi l’un l’altra, a diventare di nuovo i Bob e i Marys che avevano lasciato nel passato, come il camper grazie al quale si erano conosciuti e che poi avevano venduto perché sai, la famiglia, i figli, il lavoro.

E così via con gli equivoci, le riscosse, le bugie agli amici e ai parenti, le pistole, i piani, le vendette: perché “quando si va a casa della brava gente, la prima cosa è l’educazione”, come dice il Bob di Papaleo. E via col camper come nemmeno si fosse dentro a una versione più vitale di Ella & John, il film – guarda un po’ – americano di Paolo Virzì.

Perché alla fine è chiaro fin dai primi minuti, fin dall’incipit con gli scarafaggi digitali, dalle prime note della colonna sonora di Giordano Corapi, da quel ristorante country-western del matrimonio dei ragazzi, dalle note rock’n’roll che iniziano a risuonare in casa di Papaleo e della Morante, che Prisco guarda sì alle cose di casa nostra, belle e brutte, ma lo sguardo (o forse il pensiero) è rivolto verso l’America.

Per come è stralunato, Bob & Marys, sono stati citati i Coen: per carità, con tutto il rispetto possibile va detto che Prisco non è né Joel Ethan, e però è anche sciocco nascondere che evidentemente è quella la stella polare che ha orientato il regista per questa commedia che è educata, che è divertente, che è semplice, che racconta la sua storia con quel distacco ironico dalla realtà delle cose che è così tanto importante, e così fortemente cinematografico. Fin dalla scrittura, qui (e sempre) fondamentale, cui Prisco ha lavorato con Annamaria Morelli e Marco Gianfreda.

Poi sì, ci sono anche i difetti, volendo, ma a volte chi se ne importa, no?