Forlan: “Fui vicino alla Juve Inter? Andò male perché…”

Diego Forlan. Epa

Diego Forlan. Epa

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“Ho un conto in sospeso con l’Italia. E chissà… un giorno lo risolverò”. Quando: presto per dirlo. In quale ruolo: nessun dubbio, come allenatore. Da Hong Kong, dove ha salutato il suo Kitchee vincendo la First Division League (il massimo campionato nazionale), Diego Forlán è alle prese con la decisione che spaventa molti colleghi. Molti, ma non lui: “Il contratto è scaduto il 17 maggio, deciderò a breve se smettere o continuare: al momento siamo 50%-50%. Ma nessun timore, sono orgoglioso di quanto fatto in tutti questi anni”. Una carriera ai vertici: Danubio e Peñarol in patria, Independiente, Manchester United, Villarreal, Atletico Madrid, Inter e tanta Nazionale. In bacheca 1 Premier League, 1 Community Shield, 1 FA Cup, 1 Europa League, 1 Supercoppa europea e la Coppa America 2011, considerata “il momento più bello di sempre”. Poi 2 titoli Pichichi e altrettante Scarpe d’Oro, titoli da bomber vero. Un percorso vincente con un unico, grande rammarico al quale pensa ancora: “Club meraviglioso, città stupenda e un grande Presidente: che dispiacere non aver visto il vero Diego a Milano…”. I motivi? Sostanzialmente due, che spiegherà nel corso di un’intervista dove il Cacha apre il libro dei ricordi riavvolgendo il nastro proprio nel momento in cui potrebbe appendere gli scarpini al chiodo, con la mente già rivolta al domani. Un domani che, molto probabilmente, lo vedrà in panchina: “Siamo una famiglia di calciatori, questo sport è la nostra vita. Il mio futuro sarà sicuramente nel calcio. Ho raggiunto il traguardo dei 20 anni di professionismo: era il mio ultimo, grande obiettivo”.

Non è stanco di girare?

“Viaggiare ti arricchisce. E io sono un uomo di mondo, non riesco a stare fermo! (Ride, ndr). Dopo Milano ho giocato in Brasile, Giappone, sono tornato in Uruguay, poi India e ora a Hong Kong. L’Asia è un posto eccezionale che mi ha sorpreso, non pensavo fosse così bella. Ora guardo avanti, carico come sempre e felice, indipendentemente dalla decisone che prenderò”.


Pronto per la panchina?

“Mi piacerebbe molto. Ho quasi concluso il corso da allenatore e continuo a studiare perché il calcio è un mondo in continua crescita che non si ferma mai. Mi immagino in questo ruolo”.

Magari in Italia, anche per una rivincita.

“Nessuna rivincita, da voi sono stato benissimo e tornerei subito. Stesso discorso per la Spagna, ma la Serie A resta il massimo per chi vuole fare questo mestiere. Siete i maestri della tattica”.

Eppure il gap con l’estero permane.

“Serve fare delle distinzioni. La Premier è il meglio per motivi tecnici e commerciali, ma in Liga c’è troppa differenza tra Real, Barcellona, Atletico e le altre. La Serie A, invece, si sta riprendendo e cresce ogni anno: le milanesi torneranno, la Juventus è al top in Europa, la Roma ha disputato una Champions straordinaria e il Napoli gioca a meraviglia. La strada è quella giusta, siate fiduciosi”.

Nonostante il fallimento Mondiale?

“Sorpresa clamorosa, ma l’Italia resta l’Italia. Contro di voi non basta dare il 100%, serve di più. Inoltre avete una tradizione straordinaria: la storia non scende in campo, vero, ma qualcosa dovrà pur significare, non trova? Stesso discorso per l’Olanda e le altre Nazionali che hanno rischiato di non andare in Russia, come l’Argentina. Il calcio cambia velocemente, non è più come prima. La competitività è aumentata, oggi si può perdere contro chiunque”.

Le migliori in Russia?

“Favorite Spagna, Brasile e Germania. Poi Argentina, Belgio e Francia”.

E tra i singoli?

“La Spagna è un’orchestra meravigliosa, ma pecca in attacco: se Costa si facesse male sarebbero problemi. La Germania non è spettacolare, ma arriva sempre in fondo grazie al gruppo. Il Brasile ha chi fa la differenza come Neymar, Gabriel Jesus e Coutinho, mentre l’Argentina non deve farsi distrarre dalle voci fuori dal campo. Si è parlato troppo delle convocazioni, serve tranquillità a Sampaoli che vanta un attacco super: Di Maria, Dybala, Aguero e Higuain, volendo anche Icardi, che è stato addirittura escluso. Beh, non male…”.

Messi o Ronaldo?

“Cristiano è più completo e segna in ogni modo, ma Messi è più decisivo: può inventare la giocata risolutrice anche in mezzo a 4-5 avversari. Nella storia è l’unico paragonabile a Maradona. Entrambi restano i migliori al mondo, in futuro Neymar prenderà il loro posto”.

Nel 2003, a Manchester, con Cristiano: ci avrebbe scommesso?

“Zero dubbi sul fatto che sarebbe diventato un fenomeno. Già allora aveva tutto, poi col tempo è cresciuto e migliorato. Inoltre è un’ottima persona, abbiamo sempre avuto un bel rapporto: non parlava ancora inglese, lo aiutavo quando Sir Alex doveva spiegargli determinati movimenti”.

Il modello come allenatore?

“Mio padre Pablo, a lui devo tutto. Poi Ferguson, ovvio: maestro in panchina e uomo eccezionale, qualità rara in questo mondo. Non ero titolare, ma mi ha insegnato tantissimo. Fu lui ad accogliermi nel grande calcio, gli sarò per sempre riconoscente”.

Oggi chi è il numero uno?

“Guardiola mi piace, Conte ha svolto un lavoro straordinario con Chelsea, Nazionale e Juve, mentre Allegri è stato intelligente nel modo in cui ne ha raccolto l’eredità, senza stravolgere nulla. Ma ho un debole per Simeone: sempre ai vertici nonostante Real e Barça siano nettamente più ricche. Se facessimo un gioco, direi che l’allenatore perfetto sarebbe un mix tra il Cholo con il suo difensivismo e Pep con il suo gioco offensivo”.

Forlán al top in quale club?

“Molto bene con il Villarreal, ancor di più con l’Atletico. Anche se già a Manchester dimostrai qualcosa. Quello United era uno squadrone strepitoso, eravamo il Real e il Barcellona di oggi”.

Diego Forlan ai tempi dell'Inter. Ansa

Diego Forlan ai tempi dell’Inter. Ansa

Cosa non funzionò a Milano?

“Momento difficile per la società, tanti cambi e una squadra alla fine di un ciclo super dopo il Triplete. Poi troppi infortuni che mi frenarono. Resta un grande rammarico, sognavo di lasciare il segno anche all’Inter”.

Il ricordo, però, resta positivo.

“I tifosi mi vogliono bene, ancora oggi mi dimostrano tanto affetto. E ringrazierò per sempre Moratti, fu lui a volermi”.

Troppo tardi in Serie A?

“Non ci ho mai pensato, anche se le occasioni non mancarono: due volte vicino alla Juventus, si parlò anche di Milan e, soprattutto, Lazio. Forse costavo troppo… (Ride, ndr)”.

Un giudizio sui connazionali “italiani”.

“Mi piacciono tutti, in primis Vecino e Bentancur. Matías, nonostante qualche up&down, ha trovato spazio dimostrando il proprio valore. Mentre Rodrigo è giovanissimo e ha tutto per fare una grande carriera. Entrambi forti, sono il nostro futuro. Per il calcio uruguaiano è importante che giochino in club come Inter e Juventus”.

Quando la prossima intervista… da allenatore?

“Chissà… Voglio essere felice facendo ciò che amo, con la mia famiglia sempre accanto. Questo è ciò che conta. Mi piacerebbe lavorare con i giovani, coltivare il loro talento e farli crescere. Vorrei essere un esempio capace di aiutarli a realizzare i propri sogni”.