György Kurtág, 92 anni, debutta alla Scala con il suo «Finale di partita»

13 settembre 2018 – 20:23

Il più grande compositore vivente, ungherese, amante di Bach per la prima volta si dedica all’opera che andrà in scena a Milano il 15 novembre


«In seguito all’esito della Rivoluzione d’Ungheria, andai a vivere per un anno a Parigi. Era il 1957 ed ebbi la fortuna di assistere a Fin de partie (Finale di partita) di Beckett. Gli attori recitavano veloci e il mio francese non mi permetteva di capire perfettamente. Ma l’impressione fu enorme. Intuii che se mai un giorno avessi scritto un’opera mi sarei ispirato a quel capolavoro. Ebbi peraltro l’opportunità di incontrare il drammaturgo irlandese ma rinunciai, perché sentivo che ogni mia eventuale domanda non sarebbe stata abbastanza intelligente per lui». Nativo della cittadina di Lugoj (oggi rumena), György Kurtág, 92 anni, probabilmente il massimo compositore vivente, racconta come quella intuizione di oltre 60 anni fa stia per prendere forma: il 15 novembre andrà infatti in scena alla Scala il «suo» Finale di partita, ampio atto unico diretto da Markus Stenz per la regia di Pierre Audi.

La cosa ha del clamoroso, perché quella di Kurtág è una musica ad alto tasso di stilizzazione. È una musica aforistica che predilige le piccole forme. Non a caso, il musicista non si era mai dedicato all’opera. Come se un narratore che ha scritto racconti per tutta la vita, pubblicasse a 90 anni il suo primo romanzo.

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Parte del merito di questo debutto si deve all’ostinazione di Alexander Pereira, che ha creduto nel progetto fin dai tempi di Zurigo e Salisburgo. Ecco perché è da almeno 4 anni che Fin de partie veniva annunciata e poi ritirata dal cartellone della Scala. Ed ecco perché, non potendo Kurtág assistere alle prove a Milano — problemi di deambulazione —, Pereira ha organizzato le prove a casa sua. Ha scritturato un’orchestra ungherese affinché Markus Stenz e i cantanti suonassero il lavoro al cospetto del musicista (che quindi ha potuto fare le correzioni del caso, grazie anche ai suggerimenti del suo coach, la moglie pianista Martha), mentre Audi ha fatto prove di regia con i cantanti nel suo teatro di Amsterdam. Così gli interpreti arriveranno preparati a Milano per le prove con l’orchestra della Scala: fatto più unico che raro nelle produzioni contemporanee.

«Se ho atteso tanto tempo, più di 7 anni, a questa partitura — ha aggiunto il compositore —, ciò dipende dal fatto che per prima cosa ho desiderato comprendere a fondo questo testo del Teatro dell’assurdo, che è complesso e aperto a molteplici interpretazioni. Poi ho penato nel dare un taglio preciso al libretto, che ho scritto utilizzando circa il 25% del testo originale francese, studiando a fondo il carattere dei quattro personaggi. Inoltre ho sentito di voler studiare a fondo la prosodia, l’intonazione e il suono di quella lingua in modo da definire una vocalità che, come quella di Debussy o Poulenc, fosse informata alla lingua francese. Infine mi sono dedicato alla composizione vera e propria — fermandomi quando mia moglie non è stata bene, perché senza di lei non scriverei neanche una nota — con un organico orchestrale esteso, e arricchito da numerose tastiere e percussioni, dal cymbalon ungherese e da due bayan (la fisarmonica)».

Del resto, una delle cose che ha colpito i pochi ammessi alle prove dell’opera in forma di concerto al Budapest Music Center, sono la densità orchestrale e l’intensità espressiva. L’opera vanta l’alta concentrazione di un pezzo aforistico ma dura quasi due ore: un capolavoro destinato a riscrivere la storia della musica odierna. Il linguaggio è modernissimo ma nella miriade di gesti, linee, figure e colori che la attraversano si sente in filigrana il peso della tradizione. Anche questo ha un perché: «Ho dedicato il lavoro — ha proseguito Kurtág — ai maestri con cui da ragazzo studiavo la composizione e l’interpretazione. E ricordo bene che tra le partiture da analizzare mi sottoponevano anche le opere. Grazie a loro ho imparato ad amare Verdi e gli autori del Cinque-Seicento italiano: Monteverdi e i madrigalisti in particolare. Se vogliamo scherzare, ma fino a un certo punto, si può dire che Fin de partie è il mio Rigoletto».

13 settembre 2018 (modifica il 13 settembre 2018 | 20:23)

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