Il mistero di Donald C., la nostra recensione del film con Colin Firth

1968, il Sunday Times indice una Golden Globe Race, una regata in solitaria senza soste intorno al mondo. Donald Crowhurst (Colin Firth) ha intenzione di partecipare, nonostante sia un velista dilettante non all’altezza della sfida. Profondamente innamorata del marito, sua moglie Clare (Rachel Weisz), forse intuendo una disperata necessità di Donald di sfidarsi, accetta di separarsi da lui, sostenuta anche da due entusiasti figli. Una volta in mare aperto, l’enormità dell’impegno preso, per giunta con un indebitamento colossale, si palesa di fronte a Donald. Può tirarsi indietro?

Qual è in effetti Il Mistero di Donald C. che James Marsh vuole raccontarci? Il regista ha esplorato prima le vette di Philippe Petit con un documentario (Man on Wire) e la sopravvivenza eroica di Stephen Hawking in La teoria del tutto. Chi conosce la storia vera di Donald Crowhurst conosce già l’epilogo e soprattutto lo svolgimento del suo salto nel vuoto, ma ciò non alleggerisce lo spettatore di un dubbio che nei casi delle altre personalità esplorate da Marsh non c’era. Perché Donald Crowhurst si lanciò in un’impresa così più grande di lui? Diversamente da Petit o Hawking, Crowhurst non denuncia nemmeno per un istante nello sguardo (ottimo Firth) il titanismo delle altre due personalità: più che una sfida dal sapore hollywoodiano, degna di essere raccontata come edificante parabola del superarsi, l’impresa di Crowhurst mantiene un sentore di autodistruzione persino inquietante e inafferrabile.

Uno dei maggiori dubbi sul copione di Scott Z. Burns potrebbe essere avanzato proprio sulle motivazioni apparentemente poco chiare: Donald non naviga nell’oro, non ha prospettive rosee, però non apparirebbe agli occhi esterni un uomo alla deriva che dipende da un riscatto eclatante. Il suo nucleo familiare sembra perfetto: la moglie lo ama, i figli lo vedono come modello anche quando non riesce a vendere i suoi apparecchi, lui sembra ricambiarli. Eppure getta via tutto quell’equilibrio (se di equilibrio si tratta). Il titolo originale del film è “The Mercy“, la “pietà“. Verso chi? Verso cosa? Crowhurst non è simpatico, perché fondalmente si disprezza, una condizione che nel suo caso genera un’avventura folle, ma che con modalità più leggere è insita in tanti, accompagnata dal desiderio di una vita staordinaria. Tanti lo avvertono, tanti per autodifesa si fermano un attimo prima di realizzare di non essere all’altezza di quel sogno: di realizzare che la ricerca dello straordinario richiede un animo realmente staordinario, e una persona ordinaria si troverà invece di fronte un muro invalicabile.

Donald sembra aver bene in mente i limiti della sua inesperienza: a mano a mano che la partenza si avvicina, l’uomo non è teso per una grande prova, sembrando più il condannato a un patibolo (da se stesso). Un percorso che forse è iniziato molto tempo prima, parallelo e crudelmente celato ai suoi cari, un percorso per punirsi “misericordiosamente” di una propria inadeguatezza alla grandezza. Forse è solo l’autodifesa che ci potrebbe spingere a criticare il “non detto” del film di Marsh, come una mancanza della sceneggiatura. La realtà è forse che riempire quei non detti col proprio vissuto e con le proprie frustrazioni è sin troppo facile, ma pesa troppo per essere ingoiato, così com’è difficile accettare una struttura narrativa che ribalta i canoni del “cinema da grandi imprese” ai quali siamo abituati. Marsh trasmette efficacemente una sensazione di vuoto e di elegante disperazione, un non-senso claustrofobico, dove eppure un messaggio edificante esiste e viaggia sottotraccia: Donald non è solo soltanto sulla sua barca, lo è sempre stato. A noi il compito di leggere in quella famiglia che lo attende sul molo il dramma colossale del non accettare il proprio anonimato. Nel 2018 è un messaggio persino più importante che nel 1968.