Illegittimo: la recensione del film di Adrian Sitaru

Portando a termine il film in due settimane con un solo ciak per scena, il regista romeno Adrian Sitaru aderisce appieno a quella poetica dell’immediato e della verosimiglianza che aveva già messo in pratica nei film precedenti, ibridando fiction e documentario. Ma si spinge oltre, scegliendo di non affidarsi a una sceneggiatura in senso stretto: Illegittimo è un film costruito in fieri, come in una jam session cinematografica aperta ad accogliere i contributi di ogni partecipante.

Realizzato con un bassissimo budget e senza il supporto del Romanian National Film Center, forse per il tema piuttosto controverso, Illegittimo si apre su una normalissima cena di famiglia. Victor Anghelescu (Adrian Titieni) e i suoi figli Sasha (Alina Grigore), Romeo (Robi Urs), Cosma (Bogdan Albulescu) e Gilda (Cristina Olteanu) conversano di massimi sistemi, ma ben preso la giovialità cede il passo a una lite furibonda: i ragazzi hanno scoperto che durante il regime di Ceaușescu il padre medico si rifiutava di praticare l’aborto e denunciava le donne che lottavano per ottenere il diritto di farlo. Esplode così un dissidio generazionale tra un padre convinto di aver agito secondo giustizia, nel rispetto della legge e dei propri valori morali, e tre figli altrettanto convinti nel sostenere la libertà di scegliere del proprio corpo e della propria vita.

A confronto passato e presente, morale tradizionale e liberalismo moderno, che continuano a scontrarsi ancora oggi nelle nostre case e in casa Anghelescu, dove la macchina da presa indaga gli spazi intimi e privati come parte integrante e determinante del dramma stesso. Ma ogni confronto è anche uno scambio, un arricchimento reciproco, ed è proprio su questo aspetto che si sofferma Sitaru, mostrando gli effetti di un dibattito che da astratto si fa pratico, trasformandosi in un problema concreto da affrontare. Fin troppo facile prendere una posizione morale a priori, giudicando dall’esterno una situazione pragmatico-familiare secondo le proprie categorie ideologico-morali. L’eterno quesito “e se succedesse a te, che cosa faresti?” scardina le presunte certezze di un’intera famiglia, gettandola nella crisi più totale: ora che è successo, che cosa decidiamo di fare?

All’aborto si aggiunge il tabù ancestrale del rapporto sessuale tra consanguinei, quell’incesto che Romeo non riesce neanche a definire tale, percependo nel solo termine un’accezione negativa, una condanna morale che necessariamente stride se accostata all’amore tenero e sincero che lo lega alla sorella gemella Sasha. Sulle note del leitmotiv della Sonata al chiaro di luna di Beethoven, veniamo travolti in un turbinio di domande senza risposte, di posizioni diverse continuamente cangianti e ribaltate, di tormentati quesiti esistenziali e morali privi di soluzioni, di infinite opzioni, di incertezze, di contraddizioni.

Di dubbio in dubbio, il confine tra l’accettabile e l’inaccettabile viene corroso, facendosi sempre più labile. Al centro l’eterna riflessione sulle infinite forme dell’amore: quando è lecito amare? Chi decide il limite oltre al quale l’amore non può manifestarsi? La famiglia, la società o i tabù culturali? E oltre quel limite l’amore non è più amore? Illegittimo si configura allora come un inno alla libertà di scegliere della propria vita, di agire all’infuori del giudizio morale esterno e nel rispetto della libertà altrui. Intanto, sottotraccia, si insinua un altro dubbio, che aleggia sulla pellicola e permane anche al termine dei titoli di coda: dove ci porterà tutta questa libertà? C’è un limite anche in questo? Sitaru si astiene dal rispondere: la sua è la storia della famiglia Anghelescu e il lieto fine, sebbene raggiunto un po’ troppo frettolosamente, segna l’uscita di scena del regista. Tutto il resto è una questione di tempo, staremo a vedere.