Io c’è: recensione della commedia con Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston

«It’s Better to Burn Out Than to Fade Away».

Per carità, Neil Young avrà avuto le sue buone ragioni per scriverlo e cantarlo nel 1979 (anche se, Dio lo abbia in gloria, Neil è vivo e brucia assieme a noi), e Kurt Cobain le sue per citarlo nella lettera d’addio alla vita firmata nel 1994.

E però c’è tutta una letteratura sportiva che diffida dalle partenze a razzo se poi non si è in grado anche di reggere alla distanza, di arrivare al traguardo, di mantenere il vantaggio.

Perché poi, siccome parliamo di cinema, non è proprio bello sparare subito tutti i botti nei primi quaranta minuti di film e poi andare avanti di rimessa, con giusto qualche guizzo estemporaneo, per i rimanenti sessanta.

E, alla fine, è proprio questo il problema principale di Io c’è.

Orecchie il film precedente di Alessandro Aronadio, squisitamente laico come alla fine lo è questo qui, a dispetto del tema – partiva con delle suore e finiva con un prete, sebbene sui generis: e allora c’è della coerenza, se ora si parla di un quarantenne romano cialtrone e figlio di papà (che è morto), cresciuto a discoteche, ragazze e cocaina, che, per risolvere i problemi economici e fiscali del suo bed and breakfast, decide di fondare una religione e fare della sua struttura un luogo di culto.

Perché questo protagonista (che poi è l’Edoardo Leo che ha messo lo zampino nel soggetto e nella sceneggiatura del film, e si sente), alla fine di tutto il gran casino che mette in piedi e che si pente di aver tirato su senza sapere come uscirne, capisce che il suo ruolo inconsapevole in tutta la storia è proprio lo stesso che sentiva di avere il prete di Rocco Papaleo in Orecchie: quello di regalare a chi ne ha bisogno l’illusione di una consolazione e di un mondo migliore. Un’illusione che, nel mondo dello Ionismo, può anche diventare realtà, perché “io è Dio” e tutto quello che ne consegue.

Perché, va da sé, il personaggio di Leo – coadiuvato dalla dapprima riluttante sorella commercialista Margherita Buy e dal borioso e vanesio letterato e intellettuale di sinistra Giuseppe Battiston, che diventa un po’ l’ideologo e l’evangelista di tutta l’operazione – si ritroverà tra le mani una patata assai bollente, con questa bella invenzione dello Ionismo, e da cialtrone egoista qual era si troverà a sviluppare inospettabile buon senso; e soprattutto una coscienza quando capisce fino a che punto i suoi “fedeli” hanno preso sul serio le sue cretinate e che conseguenze, inaspettate, la “fede” ha avuto nelle loro vite.

Ed ecco che, come dettato dalle esigenze del cinema mainstream prima ancora che dalla sensibilità di Aronadio, la commedia si fa quasi dramma, si apre alla riflessione, più o meno filosofica che essa sia.

Se infatti in Orecchie il regista aveva guardato senza esitare a modelli d’oltreoceano, e quello era un film agile, snello, libero e venato di surrealismo, in Io c’è viene rimesso subito in riga da Leo e dalla Vision, produttrice del film, che legittimamente tirano acqua al loro mulino e smorzano un po’ le sue eventuali velleità, riportando tutto all’interno di uno schema consolidato. Uno schema fatto di un andamento narrativo tradizionale e di caratteri ben riconoscibili, dove a farla da padrone è l’attore romano, protagonista di una performance da questo punto di vista inappuntabile, dove Buy e Battiston gli orbitano attorno più o meno convinti e dove i caratteristi di rottura sono, ahinoi, i Massimiliano Bruno di turno.

Ma, ancora una volta, poco male.

Fino a che restiamo nel recinto di quei quaranta, quarantacinque minuti iniziali, le cose vanno anche bene. Perché lì tutto si gioca su premesse che sono divertenti e spiazzanti, nonostante la voce narrante un po’ fuori luogo, e coerenti con la tradizione più acida e irriverente della commedia all’italiana. Perché lì Aronadio assesta subito un po’ di colpi che vanno a segno, infila battute ficcanti e non scontate, tratta di religione col giusto pelo sullo stomaco (da citare l’entrata in scena di un gruppo di suore nemmeno fossero Le iene di Tarantino, ovviamente, ma non solo).

Poi però manca – da parte di chi non si sa poi bene – la volontà o forse il coraggio di batterla fino i fondo quella strada, di lasciare che il personaggio di Leo sia fino in fondo il cialtrone che è, e di farlo essere sgradevole fino in fondo. Però poi le idee finiscono, il brio anche, e Io c’è si trascina sino al suo traguardo, un po’ vuoto, un po’ spompato, un po’ svogliato.

Il Burn out prima, il fade away dopo. D’altronde, perché scegliere?