La morte legale: dall’11 ottobre al cinema il bel documentario sulla genesi di Sacco e Vanzetti

Il cinema può cambiare il mondo? Probabilmente no, ma ci sono film che cambiano la visione e il pensiero di chi li vede, che aprono gli occhi su storie vere, tragiche e che molto avrebbero ancora oggi da insegnare. Uno di questi è sicuramente Sacco e Vanzetti, che nel 1971 riportò al centro dell’attenzione la vicenda dei due anarchici italiani condannati a morte in un processo farsa politico e mandati sulla sedia elettrica nel 1927, innocenti capri espiatori scelti a tavolino per una cinica azione repressiva del governo americano contro qualsiasi forma di dissenso che potesse, nella paranoia del periodo, richiamare lo spettro del Comunismo. Fu un delitto compiuto a sangue freddo, contro cui si mobilitò inutilmente il mondo intero, raccontato mirabilmente da Giuliano Montaldo e da due meravigliosi interpreti come Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla. Sacco e Vanzetti è stato recentemente restaurato dalla Cineteca di Bologna, richiamando in Piazza Grande un pubblico di 6000 persone, ed è impossibile ancora oggi uscire dalla sua visione indifferenti. Alla sua genesi è dedicato l’ottimo documentario La morte legale co-firmato da Silvia Giulietti, operatrice alla macchina e direttore della fotografia, e dal regista Giotto Barbieri, che in meno di un’ora di durata riescono a comunicare la passione per un capolavoro del nostro cinema e per la storia che racconta e che uscirà l’11 ottobre in tutta Italia a cura di Distribuzione Indipendente, da sempre in prima linea nella diffusione di un cinema di qualità.

A presentarlo al Teatro dei Dioscuri sono intervenuti quel grande e meraviglioso affabulatore che è Giuliano Montaldo con la sua anima gemella e collaboratrice Vera Pescarolo e l’ancora bellissima Rosanna Fratello, che il regista scelse per il ruolo di Rosa Sacco. Commentando il “figlio venuto bene”, come lo chiama la sua Vera e riferendosi alla proiezione di Bologna, Montaldo parla di alcune emozioni legate al film: “La nostra sofferenza per l’intolleranza ci ha portato a realizzare questo e anche Giordano Bruno, Gott Mitt Uns e Gli occhiali d’oro. L’intolleranza è la madre di tutte le sciagure. Sono rimasto fortemente emozionato quando ero presente a Boston e il governatore Dukakis ha deciso che era la giornata della riabilitazione di due italiani, grazie al film che ha smosso il loro ricordo. Ricordo un assalto bellissimo dei giovani ai cinema, dove tre giorno dopo l’uscita hanno dovuto fare uno spettacolo in più all’una di notte per la gente rimasta fuori. Un giorno eravamo a Berlino per parlare con un produttore di un progetto che poi purtroppo non si è fatto e per strada c’era una manifestazione studentesca. Un poliziotto ci ha fermato e ci siamo accorti che tutti cantavano “Here’s To You, Nicola and Bart” (“La ballata di Sacco e Vanzetti” cantata da Joan Baez e musicata da Ennio Morricone per il film, ndr). Ho pensato che se il poliziotto avesse saputo chi eravamo sarebbe stato molto inquieto!”.

Rosanna Fratello, famosissima cantante, scritturata per il ruolo della moglie di Sacco, esprime la sua gratitudine per essere stata scelta, dopo un provino in cui Montaldo l’ha fatta solo camminare. “Io ho fatto forse tre film ma questo mi ha gratificato in una maniera incredibile ed è sempre emozionante, tocca sempre le persone in una maniera pazzesca”. Montaldo interviene: “Dopo aver trovato un attore piemontese per Vanzetti e uno pugliese per Sacco, volevo un’attrice brava e bella per il personaggio di Rosa Sacco. Come è entrata ho detto “è lei”, non c’è stato alcun dubbio. E ho avuto ragione”.

L’idea di La morte legale, dice Giotto Barbieri, nasce perché “si avvicinava l’anniversario dell’esecuzione di Sacco e Vanzetti e proprio perché il film era riuscito a smuovere un’opinione pubblica addormentata su questo argomento, abbiamo pensato che il modo migliore di celebrarlo fosse creare una sorta di percorso narrativo che riuscisse a integrare tutto, i fatti e il film che li racconta”. Silvia Giuletti aggiunge: “Lavoro nel cinema da quando avevo i calzettoni e ho avuto la fortuna di fare con Giuliano due o tre film, quindi il mio sguardo è sempre dietro la macchina da presa e ho sempre avuto la curiosità di capire cosa c’è dietro un film, il desiderio di far capire come ha preso vita, la voglia di spiegare a tutti come nasce un capolavoro. Poi abbiamo incontrato Tiziana Appetito dell’Archivio Enrico Appetito che ha un archivio straordinario del cinema italiano, ed è tutto nato anche da lì perché avevamo a disposizione un materiale infinito, con conseguente difficoltà nello scegliere le foto” (alcune le trovate in questo articolo, ndr).

Montaldo racconta poi quando, in prospettiva di una coproduzione con la Francia, per il ruolo di Vanzetti volevano imporgli Yves Montand, che non era giusto per la parte, e di come si oppose minacciando di non fare il film. “E’ stata una battaglia anche quella. Abbiamo girato l’inizio con le baracche in Jugoslavia, ritrovato la Boston dell’epoca a Dublino, la prigione era quella in cui era stato imprigionato Tito e abbiamo ricostruito l’aula di tribunale a Cinecittà. Tantissime persone hanno partecipato con passione, molti attori di teatro, anche gratuitamente. Ma la distribuzione all’inizio era molto cauta, dicevano che non li conosceva nessuno. Ci ho messo tre anni ma ce l’ho fatta e sono orgoglioso della mia testardaggine, del capoccione che sono”.

Parlando della censura e dell’autocensura del nostro cinema oggi, come al solito Montaldo, un fiume in piena di aneddoti, ironia, battute fulminanti e storie che è un peccato non potervi raccontare, risponde: “Oggi i cinema chiudono, non si scrivono più sceneggiature pagate dal produttore, non si scrivono come facevano i nostri maestri, Age, Scarpelli, Maccari, Scola ecc. che litigavano per una battuta. Ora si scrive da soli sul computer poi si manda la sceneggiatura, non c’è più questo braccio di ferro. Poi ci sono i problemi legati alla lavorazione e alla distribuzione di film destinati soprattutto al passaggio televisivo. Io so come vanno i miei film da un garagista, sardo, che mi dice (lo imita alla perfezione, ndr). “sa, ieri ho visto un suo film, bello”. A che ora? “Alle due, due e mezzo”. Ora io sono contento perché so che non sono tagliati da dieci piani di morbidezza, ma oggi chi fa il palinsesto sono i pubblicitari. Un film con contenuto rischia di andare di notte. Io ho i cassetti pieni di film che non sono riuscito neanche a far leggere e a proporre. Mi dicevano “Fatte veni’ un’artra idea”. Giordano Bruno è’ morto ammazzato, lo sappiamo. Ora io non so ancora cosa è successo a Portella della Ginestra, non so ancora che è successo a Ustica, a Piazza Fontana, non sappiamo ancora niente, fare film col punto interrogativo finale non è il nostro mestiere. La conclusione di Sacco e Vanzetti è l’intolleranza. Nerone ha insegnato: si brucia Roma e si dà la colpa ai cristiani, qualcuno ha imparato a farlo anche da noi, non dico chi”.

Dall’11 ottobre, da non perdere, La morte legale, che in alcuni casi accompagnerà la proiezione di Sacco e Vanzetti, un capolavoro senza tempo.