La notte dei morti viventi: mezzo secolo per il capolavoro di George A. Romero

Pochi film horror hanno avuto un’influenza maggiore sul cinema e sulla cultura – non solo di genere – de La notte dei morti viventi, il capolavoro di George A. Romero realizzato letteralmente con un pugno di dollari,  l’aiuto di amici e sconosciuti e con stile da guerriglia, di cui oggi si celebra il cinquantenario dalla premiere americana. Un film che per un errore del distributore non ha copyright e quindi – anche se per Romero fu un cruccio che si portò dietro per tutta la vita, appartiene a tutti noi (oltre, ovviamente, che agli inevitabili sfruttatori senza scrupoli).

Fin dal suo primo apparire sul grande schermo, La notte dei morti viventi, per cui John Russo e Romero si ispirano al romanzo di Richard Matheson “Io sono leggenda”, venne letto per quello che era: una potente, agghiacciante metafora dell’America lacerata dalla guerra del Vietnam, dalle rivolte razziali, dalla ribellione generazionale dei figli contro i padri e contro il potere. Come ha scritto Stuart Samuels in “Midnight Movies” nel 1983: “La notte dei morti viventi rifletteva l’isteria sociale di un paese che era incentrato sulla morte, in cui i fallimenti morali e un senso di impotenza erano divenuti una condizione nazionale”.

Il film, partito con un budget bassissimo, lo supera durante la lavorazione ma costa in tutto la cifra irrisoria di 114.000 dollari. Viene girato all’Evan City Cemetery e in altri dintorni di Pittsburgh nel corso di sette mesi nei week-end e nei ritagli di tempo da un gruppo di amici e colleghi che condividono un impegno politico ben preciso. Romero, che all’epoca ha 27 anni e realizza con la sua compagnia, la Image Ten Productions, pubblicità di birre ma anche frammenti per il popolarissimo show Mr. Rogers’ Neighborhood, coi suoi nove colleghi sceglie il genere in quel momento meno ambito e che da tempo non fa più paura, convinto di poter creare qualcosa di meglio di quello che offre il mercato. Anche se in seguito Romero negherà la consapevolezza della metafora, di sicuro il finale, per quanto paurosamente vicino allo spirito dei tempi, non aveva nelle sue intenzioni l’impatto che ebbe: l’attore Duane Jones, come il regista ha più volte ribadito, era stato scelto solo per la sua bravura e non per il colore della pelle. Fatto sta che, ancora una volta, il film aveva colto in modo preciso e impressionante lo Zeitgeist.

Fin dal suggestivo inizio al cimitero, dove il fratello prende in giro la sorella (“They’re coming to get you, Barbara”) per poi rendersi conto che l’incubo è diventato realtà, La notte dei morti viventi si insinua sotto la pelle dello spettatore, come un malessere continuo e crescente. La claustrofobia dell’ambientazione, l’assedio e le dinamiche tra i personaggi asserragliati nella casa, la sequenza della tentata evasione con l’esplosione del camion e il pasto degli zombi, la bambina che uccide la madre in una delle scene più scioccanti dell’epoca (e non solo) fanno del film un successo immediato. Alla visione nel corso delle matinée (il primo spettacolo pomeridiano) il pubblico può accedere senza distinzioni di età. Roger Ebert, che lo vede nel gennaio 1969 e ne comprende subito il valore, descrive nella sua recensione la reazione dei ragazzi, impreparati a una visione del genere. La critica in generale è presa in contropiede: mentre in Europa i Cahiers du Cinéma e Sight and Sound ne riconoscono immediatamente il valore, stroncature scandalizzate giungono oltreoceano da Variety e da altri.

Nel 1969 La notte dei morti viventi è il film di maggior successo in Europa. Incasserà in totale 30 milioni di dollari, una cifra impressionante considerato il minimo investimento iniziale. Gli zombi, in una pellicola in bianco e nero che ne accentua il crudo realismo, non sono più gli haitiani resi schiavi dal vodoo nei film degli anni Trenta, immortalati in classici come L’isola degli zombies e Ho camminato con uno zombie. E non sono ancora (anche per motivi di budget) i mostri decomposti e inarrestabili che il pubblico contemporaneo, grazie proprio ai successivi film di Romero, imparerà a conoscere e ad “amare”. Anzi, in questo primo film non si chiamano mai con questo nome.

Ma il seme della mitologia è gettato e germoglierà ben presto: un misterioso virus, forse proveniente dallo spazio, ha in qualche modo rianimato i defunti che hanno un solo, imperativo obiettivo: nutrirsi della carne dei viventi e propagare l’infezione. Sempre più indistinguibili diventano nella società le barriere tra umani e mostri, fino a ribaltare il punto di vista: come diceva il caro, vecchio, indimenticabile George, che a loro ha dedicato quasi tutta la sua filmografia, gli zombi siamo noi. Lo eravamo cinquant’anni fa e purtroppo siamo rimasti tali. La forza eversiva e dirompente de La notte dei morti viventi non si è attenuata col passare del tempo, della storia, dei governi. È questo a fare di un film un classico e del suo autore, ne fosse o meno consapevole, il geniale apripista di un genere che diventerà nel decennio successivo sempre più politico e che a tutt’oggi, nella sua lotta infinita tra sopravvissuti senz’anima e morti viventi, resta la migliore testimonianza cinematografica di quello che siamo stati e abbiamo vissuto.