“La vera resistenza palestinese è non lasciare Israele”: la regista Annemarie Jacir ci racconta Wajib

Un padre e un figlio nella Nazareth di oggi. È il punto di partenza del nuovo film di una delle poche registe donne palestinesi, Annemarie Jacir, che dopo alcuni anni all’estero è tornata da tempo stabilmente nel suo paese, sempre in bilico dal punto geopolitico e sociale. Wajib è il titolo, ma anche la tradizione che prevede la consegna a mano della partecipazione di nozze da parte di padre e fratello della sposa. In questo caso i due sono divisi da esperienze, specie recenti, molto differenti. Il padre Abu Shadi, divorziato da tempo,, è insegnante in una scuola araba all’interno dei confini israeliani, moderato e sceso a compromessi con l’ingombrante vicino/occupante; il figlio, Shadi, fa parte della nuova generazione in esilio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina: è architetto, vive in Italia ed è fidanzato con un ragazza di famiglia radicale.

Un occasione per un confronto fra due generazioni, divise come la società palestinese degli ultimi vent’anni. Il padre è interpretato dalla grande star locale Mohammed Bakri, già al lavoro coi fratelli Taviani e Saverio Costanzo, insieme al figlio Saleh, per la prima volta insieme in un lungometraggio. Wajib ci porta in giro per una giornata nelle contraddizioni della Palestina, fra sterzate ironiche, rispetto per le tradizioni e un lacerante bisogno di normalità. Abbiamo incontrato la regista, Annemarie Jacir, a Roma.

Il suo film racconta una relazione bivalente: quella fra un padre e un figlio, da una parte, e in senso più ampio quella che divide negli ultimi vent’anni la società palestinese.

Non ho dovuto forzare in nessun modo la storia, è una distanza generazionale costante fra chi ha vissuto differenti realtà politiche, Shadi era molto più radicale anche prima di partire per l’estero, ne ha avuto la possibilità, mentre il padre ha vissuto in un momento politico in cui essere radicali provocava l’arresto e la cacciata; Abu Shadi ha imparato a stare in silenzio e a sopravvivere, come molti palestinesi in Israele, mentre Shadi, come molti della sua età, hanno più consapevolezza dei loro diritti, sono più espliciti.

Di solito al cinema vediamo rappresentata la società palestinese solo in quanto riflesso della situazione interna a Israele. In Wajib ci mostra invece cosa succede all’interno, di compromessi e delusioni, ricerca di una vita pacifica, ma anche desiderio di non cedere alle pressioni.

Esattamente. Shadi vive all’estero, non avrebbe voluto, ma ormai è così, ha una sua vita, una casa e una compagna con cui non potrebbe mai vivere in Palestina, perché lei non potrebbe viverci, pur essendo palestinese. Abu Shadi ha dovuto accettare, invece, dei compromessi, per permettere alla sua famiglia di restare in questa terra. Non c’è soluzione e non voglio dare ragione a uno o all’altro, entrambi stanno resistendo, hanno questo in comune, non sono opposti come può sembrare, hanno solo approcci differenti. Lo dimostra il fatto che i palestinesi resistono in Israele, anche oggi che alcuni politici parlano letteralmente di ‘trasferimento di quella popolazione’ verso altri territori. È una normale conversazione politica nell’Israele di oggi, rimanere è una resistenza.

Immagino sia un dibattito ancora molto vivo, per giovani e meno giovani, quello se restare o emigrare verso realtà come Londra o Parigi. Lei ha deciso di restare, cosa ne pensa di questa ferita che divide anche gli artisti e gli esponenti della cultura palestinese?

Ho deciso di tornare e di restare e ritengo un enorme privilegio poter vivere a Haifa, perché le persone originarie di quella città sono costrette a vivere a un’ora di distanza, al di là del confine, non possono neanche visitare la loro terra. Ma sono ben consapevole anche di un altro mio privilegio: quello di viaggiare e muovermi, e capisco perfettamente i filmaker di Ramallah o Gaza, a cui non è permesso di uscire dalla propria città. Due giorni fa è stato ucciso un fotoreporter, ma anche filmaker, Yaser Murtaja, che non era mai uscito da Gaza. Viaggiare all’estero era il sogno della sua vita, ne parlava spesso, diceva ‘vorrei vedere com’è la vita in altri posti’. Capisco perfettamente il bisogno di uscire, per respirare, per vivere.

Nel film ci sono malinconia, nostalgia, ma anche ironia.

I palestinesi hanno un gran senso dell’umorismo, piuttosto nero, perché la situazione è così assurda e talvolta kafkiana. L’ironia è naturalmente un meccanismo di sopravvivenza, volevo raccontare fedelmente l’umorismo di Nazareth, perché con tutta la violenza e la merda, è così che la gente tira avanti. La sola cosa che puoi fare è ridere di te stesso. Wajib è una storia al maschile, di due uomini che non si sono detti quello che dovevano dirsi. Può sembrare un cliché dire che gli uomini non parlano quanto le donne, ma credo sia vero.

Com’è andata la scelta di Mohammed e Saleh Bakri, padre e figlio anche nella realtà?

Con Saleh lavoro da tempo, è in ogni mio film, per cui la sua scelta è stata il punto di partenza. Mohammed Bakri, invece, è una vera star da noi ed è molto lontano dall’umile personaggio di Abu Shadi. Sapevo che, se avessero accettato di fare il film, il loro rapporto personale avrebbe aggiunto molto, perché quelle litigate, quelle tensioni, sono vere. Ci sono stati momenti di tensione anche sul set. Sono attori professionisti, è il loro lavoro arrivare a quelle emozioni, ma lo stesso Mohammed me l’ha detto: fare questo film è la sfida maggiore della mia vita, lavorare con mio figlio sarà uno dei piaceri maggiori che possa provare, ma anche la più grande sfida.

Per lunghi momenti del film i due sono chiusi in macchina e girano per Nazareth. È una situazione che la stimola?

Anche il mio primo film era un film on the road, amo ambientare storie dentro una macchina, così come quello che la macchina rappresenta per entrambi. Per Shadi è una prigione, essere chiuso a Nazareth, mentre per Abu Shadi è un’occasione nostalgica, gli ricorda quando aveva una famiglia. Hanno una relazione ben diversa, nei confronti della macchina e di Nazareth stessa. È una sfida girare così, ti limita, ma ti forza a essere semplice.

Wajib esce nelle sale il prossimo 19 aprile, distribuito da Satine Film.