Ma quanto gode l’Olimpico! E tutta Roma è impazzita

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Dice Daniele De Rossi: “Una delle notti più belle della mia carriera”. Vagli a dare torto, al capitano della Roma. Vaglielo a spiegare a tutti quelli nati dal 1984 in poi (ma anche 1983 va bene lo stesso) cosa significa per la Roma arrivare tra le prime quattro d’Europa. Sono passati 34 anni dalla prima, e finora unica, volta: tanti ovunque, una vita da queste parti. La stessa vita che passa tra la figlia di De Rossi, Gaia, 13 anni a luglio, che canticchia “La società dei magnaccioni” insieme a un giornalista di 80 anni, che dimentica a casa la professionalità e dice con gli occhi lucidi: “Non pensavo di vivere più una notte così”. Non lo pensava lui, non lo pensavano neppure i 60mila dell’Olimpico, che avevano polverizzato i biglietti in un giorno comprandoli a caro prezzo e a scatola chiusa, perché in fondo “non se sa mai”.

EDIN IS ON FIRE — E allora, proprio perché non si sa mai, tutti all’Olimpico, pure se all’andata era finita 4-1 ed eliminare il Barça sembrava un miracolo. Olimpico pieno fin da mezzora prima della partita, coreografie no, ma voce e petto in fuori sì. Fin dall’inno, anzi dagli anni: quello della Roma e quello della Champions. La Roma parte bene, trascinata da un Dzeko monumentale, che segna alla prima occasione. Sei gol in dieci partite di Champions, lui che gli ottavi, i quarti e adesso pure le semifinali non doveva neppure giocarle, perché era a un passo dal Chelsea. Ma oggi, in una delle notti più belle della storia della Roma, i tifosi ringraziano lui e ringraziano Amra, la moglie che tanto ha spinto per non andar via. Grazie Roma e grazie Amra, quindi.


FESTA E PAURA — Per sentire però l’inno finale di Venditti, quello che si mette solo quando la Roma vince, bisogna aspettare oltre un’ora. Bisogna aspettare il rigore procurato da Dzeko e segnato da De Rossi (che Edin bacia, come tutti avrebbero fatto in quel momento) e il gol di Manolas. Capitan Kostas, quello che a luglio ha detto no ai soldi (euro? dollari? rubli?) dello Zenit per restare a Roma, dove sono nate le sue figlie e dove ormai si sente di casa. Ci si sente talmente tanto che l’ha comprata e che qui dovrebbe restare a vivere a fine carriera.

LACRIME — Ci sarà tempo. Adesso è tempo di festa, di semifinali, di sorrisi, di stadio pieno per un quarto d’ora oltre il fischio finale, di baci, abbracci e lacrime. Tante, tantissime. In tribuna esultano come pezzi i piccoli Cassano (con cappello giallorosso) insieme al figlio di Totti, Francesco si emoziona e chissà cosa darebbe per essere con i suoi (ex) compagni, persino Pallotta si lascia andare e i cori di insulto con cui era stato accolto all’inizio spariscono. Non c’è spazio per la polemica, stanotte. C’è spazio solo per la festa e per l’enorme soddisfazione con cui Eusebio Di Francesco bacia in testa tutti i giocatori al fischio finale. Ha rischiato, cambiando modulo. E ha vinto. Anzi stravinto, come si lascia sfuggire un giocatore prima di entrare nello spogliatoio a far festa. Una festa che andrà avanti tutta la notte: lungo il Tevere ci sono i caroselli, le radio faranno diretta straordinaria tutta la notte. Roma non vuole dormire. Ed è giusto così.

 Chiara Zucchelli 

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