Prima di Ghost Stories: Quando le case grondavano sangue e le botteghe vendevano la morte

Ghost Stories è un film assolutamente originale e pregevole, ma al tempo stesso si rifà dichiaratamente a una lunga e gloriosa tradizione del cinema horror britannico: gli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta non sono stati soltanto l’epoca d’oro della Hammer, ma anche e per certi versi soprattutto quella della rivale Amicus, coi suoi film a episodi o, come li chiamano gli inglesi con parola di origine francese che indica i vecchi bauli ad armadio, con molti scomparti, che la prima non ha mai fatto, anche se molti si confondono anche per la presenza degli stessi attori. Anch’essi si rifacevano a un loro illustre antecedente in bianco e nero, Dead of Night (da noi Incubi notturni), diretto nel 1945 da Alberto Cavalcanti, Charles Crichton, Basil Dearden e Robert Hamer, il cui episodio più famoso resta quello del ventriloquo e della sua inquietante marionetta.

Vent’anni dopo, nel 1965, la Amicus riprende quello spunto per il primo di molti suoi celebri film, che i giovani inglesi crescono vedendo in tv (e che noi, più adulti, vedremo nel proliferare delle tv nell’epoca dell’etere selvaggio dei primi anni Ottanta) e che li segnano profondamente, specie se da grandi faranno un lavoro creativo. Si tratta de Le cinque chiavi del terrore, con Christopher Lee, Michael Gough, Donald Sutherland e Peter Cushing nel ruolo del dottor Schrek (come il nome dell’interprete di Nosferatu), che si offre di leggere ai suoi compagni di scompartimento, su un treno, il loro destino coi suoi tarocchi. Da lì partono i cinque episodi che comprendono storie di vampiri, lupi mannari e vodoo. La formula, che Ghost Stories riprende, è presto fatta: un personaggio che casualmente ne incontra altri, lega insieme le loro storie distinte e in genere ha un ruolo più importante di quanto sembri inizialmente. Gli attori sono spesso di serie A, con qualche giovane emergente e vecchie glorie del cinema anche americano.

Due anni dopo la Amicus ci riprova con Il giardino delle torture, quattro episodi diretti da Freddie Francis con l’americano Burgess Meredith che è, pensa un po’, (il dottor Diabolo, che di nuovo legge il futuro dei malcapitati attraverso un’attrazione del suo luna park. Nel cast ci sono anche Jack Palance e il pilastro Peter Cushing. Nel 1971 è la volta di La casa che grondava sangue, quattro episodi su vampiri, case infestate e statue di cera, diretto da Peter Duffell con Denholm Elliott e il grande duo Christopher Lee/Peter Cushing.

Dopo le storie di produzione originale, che identificano il genere con il suo luogo di origine, la Amicus ricorre ai celebrei fumetti americani della EC Comics, con cui sono cresciuti decine di registi e scrittori di horror, da George A. Romero a Stephen King, solo per citare due tra i più celebri. Nasce così nel 1972 Racconti dalla tomba (Tales From the Crypt), cinque racconti sempre diretti da Francis e, oltre a Cushing, con attori come Patrick Magee (lo scrittore di Arancia meccanica), Joan Collins e Ralph Richardson.

Nel 1973 il dittico si conclude con The Vault of Horror, composto da cinque storie dirette da Roy Ward Baker con Curd Jurgens e Denholm Elliott. Ma quello che preferiamo, per il cast e per le storie, è uno degli ultimi, La bottega che vendeva la morte, con Peter Cushing nel ruolo di un bottegaio i cui oggetti usati, venduti o sottratti da clienti in ogni caso disonesti e riprovevoli, fanno fare agli incauti una pessima fine. Interpretato tra gli altri da David Warner, Lesley-Anne Down, Donald Pleasence, Ian Bannen e Diana Dors e diretto da Kevin Connor, il film si compone di quattro episodi tra cui il delizioso frammento L’elementario, dove una piccola creatura assassina infesta il malcapitato di turno. Sono tutti film semplici, divertenti e inquietanti, a volte con storie che ricordano quelle di Ian Serling per Ai confini della realtà, tipici racconti morali o cautionary tales, che con humour tutto britannico mettono in guardia dalle conseguenze dell’avidità o di altri e peggiori vizi umani.

Oltre ad essere una rilettura complessa, originale e moderna di queste antologie, Ghost Stories, scritto da due autentici appassionati dell’horror come Andy Nyman e Jeremy Dyson, che si sono conosciuti a 15 anni e hanno scoperto di avere gli stessi interessi, omaggia tutta una serie di film dell’orrore anche più moderni che l’appassionato riconoscerà sicuramente. Ma a noi è piaciuto soprattutto il riferimento, nel secondo episodio, a un capolavoro più vecchio del cinema inglese di genere come La notte del demonio, da un celebre racconto di M. R. James, portato sullo schermo da Jacques Tourneur nel 1957.

Non c’è nulla da fare: gli anglosassoni, oggi come ieri, quando ci si mettono, tra un sorriso e una battuta, riescono ancora a darci i brividi come pochi. Per questo vi consigliamo di non perdere al cinema il 19 aprile Ghost Stories, tratto da uno spettacolo teatrale che ha terrorizzato i fortunati spettatori e diventato un film che è un perfetto mix tra antico e moderno.