Riprese flop, leader in calo Tutti i problemi del Diavolo

Mani in testa per Musacchio. ANSA

Mani in testa per Musacchio. ANSA

‘); }

Ci sono due dati particolarmente allarmanti per il Milan, a corredo del pareggio di Empoli. Il primo è la striscia di partite di campionato con almeno una rete al passivo: il Diavolo sale a 11, contando anche l’ultimo spezzone della scorsa Serie A, e diventa così la peggior squadra del torneo in questa classifica. Non sarebbe niente di tragico, visto che a volte s’è trattato di reti incassate ininfluenti sulla conquista dei tre punti, ma il guaio è che ultimamente i gol presi da Donnarumma significano pareggi, o sconfitte– come a Napoli. Il secondo numero è, in realtà, una percentuale: l’88% delle reti subite arriva nei secondi tempi.

CALI ALLA DISTANZA — Perché il Milan cede alla distanza? Tifosi e addetti ai lavori si dividono. Da una parte c’è chi trova la causa in aspetti tattici, dall’altra chi ne fa una questione puramente psicologica. Partiamo con la questione “di campo”, allora. Che il Milan corra male all’indietro, ovvero quando deve contrastare le ripartenze avversarie, lo ha ammesso anche Gattuso. Ma perché accade? Forse perché le mezzali come Kessie e Bonaventura faticano troppo per proporsi in inserimenti offensivi e poi calano inevitabilmente dopo l’ora di gioco? O magari dipende anche dal fatto che Biglia resta un giocatore di alto livello finché ci si muove compatti in trenta metri ma va in sofferenza fisica, invece, quando la squadra si allunga? Sul lato psicologico, d’altro canto, s’è insistito molto nei giorni che hanno preceduto la gara del Castellani. Rino stesso parla di poca tranquillità, di timore di non vincere partite che si meriterebbe di portare a casa, finendo per incappare nelle più nefaste profezie auto-avveranti.


LEADER LATITANTI — Se questa mancanza di serenità investe anche i leader della squadra, però, diventa un problema serio. L’harakiri di Romagnoli è privo di senso: il capitano aveva sbagliato ben poco fino all’episodio del rigore, davvero non c’era motivo di complicarsi la vita rischiando così tanto nella propria area. E se è vero che tocca sempre a Kessie, nelle ultime due gare di campionato, vestire i panni di colui che non butta dentro il gol della sicurezza, che dire di Calhanoglu? Terza partita insufficiente dopo quelle con Cagliari e Atalanta: voglia e talento non si discutono, ma questo è il momento di essere lucidi, cinici, concreti. E il turco, come tutto il Milan, da questo punto di vista ha ancora tanta strada da fare.

 Stefano Cantalupi 

© riproduzione riservata