Saponara ricorda Astori Ecco perché manca a tutti

Lo scorso 5 marzo,ventiquattrore dopo che Davide Astori, 31 anni, era morto nel sonno nell’hotel che ospitava la Fiorentina alla vigilia della trasferta di Udine, Riccardo Saponara sfogava su Instagram con parole da brividi la propria disperazione per la scomparsa del compagno di squadra e capitano. A distanza di un mese, il trequartista è seduto su una poltrona del centro sportivo viola per raccontare quei due giorni e quelli venuti dopo. Giorni che lo hanno segnato – e cambiato – per sempre.

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Vuole raccontare quel mattino di Udine?

“Davide non viene giù per la colazione. Vanno a chiamarlo, non risponde, aprono la porta e lo trovano disteso nel letto come se dormisse. Dalla mia camera sento arrivare un’ambulanza, mi affaccio, poi una voce alle spalle: mi volto, è il magazziniere. Rimango di pietra. In camera entra Laurini: “che succede?”,chiede, allarmato. Si affaccia mister Pioli. È pallido, le lacrime agli occhi, quasi non riesce a pronunciare il nome di Davide. Ci abbraccia. Uno a uno. Ci abbraccia tutti. Chiesa, ignaro, è ancora dormire. Quando viene avvertito, sento la sua stanza venir giù. Alcuni di noi piangono. Altri vanno avanti e indietro nei corridoi dell’albergo. Altri ancora si siedono davanti alla camera di Davide, fissando nel vuoto”.
Si è dato un perché a una morte tanto prematura e improvvisa?

“No.Fosse successo in campo, quando il cuore è sotto stress, forse lo avrei perfino accettato. Ma così, è dura”.
Lei è credente?

“Lo sono stato fino a un certo punto della mia vita. Ho frequentato tanto la chiesa. Col tempo la fiamma della fede si è indebolita. Oggi, se non vedo non credo”.
Perché ha sentito l’esigenza di scrivere quel post?

“Non volevo fare qualcosa di epico. Non volevo che avesse la risonanza che in effetti ha avuto. È venuto fuori di getto. Non dovrei dirlo, ma l’ho scritto mentre ero al volante. Stavo ascoltando Ludovico Einaudi, che mi rilassa nei momenti di sconforto e mi mette in contatto con le mie emozioni. Le parole sono arrivate veloci, dirette. Ho voluto rendere omaggio ad Astori raccontando quello che lui, inconsciamente, ha dato a ciascuno di noi”.
Da vivo, lo ha mai fatto? Gli ha mai detto, cioè, quanto fosse importante per lei?

“Una volta. A gennaio perdiamo 3-1 a Genova con la Samp giocando molto male. Davide era squalificato e io avevo brutte sensazioni già dal giorno prima. C’era un buco enorme all’interno del gruppo, eravamo privi del suo carisma. Al rientro gli dissi: “Ci sei mancato come l’aria”“.


Oggi parlate di Davide quando siete tra di voi, prima e dopo gli allenamenti o una partita?

“Sì, ogni tanto ne parliamo, lo ricordiamo. Ci confrontiamo: “Ma Davide cosa avrebbe fatto… Come si sarebbe comportato… Pensa se ci fosse stato lui…Lo diceva, Davide…”. Però è difficile. A volte quello che è successo, pronunciare il suo stesso nome, rimane un tabù. Il dolore che abbiamo provato lo teniamo chiuso dentro. Abbiamo deciso di andare avanti e lo stiamo facendo bene, ma sembra quasi che ognuno di noi abbia perfino timore a rievocare quella sofferenza”.
Durante la giornata ci sono occasioni precise in cui Astori le viene in mente?

“Per esempio al momento della colazione, nei ritiri pre partita. Io e Marco Sportiello siamo sempre i primi ascendere: assonnati, con la faccia un po’ così di chi è stato tirato giù dal letto. Davide arrivava sempre cinque minuti dopo di noi e immancabilmente entrava in sala con un sorriso radioso, senza un motivo apparente. Dava un bel “buongiorno!” squillante, faceva una battuta, ci chiedeva della sera prima e ci prendeva in giro… Era il suo modo per infondere energia e serenità. Al funerale, Badelj ha ricordato la sua
abitudine di accendere la luce quando entrava nello stanzino della fisioterapia: è un aneddoto che lo descrive alla perfezione. Il suo ingresso in una stanza portava la luce”.
Era un tipo divertente?

“A modo suo, in maniera semplice e naturale. Non recitava, non era un giullare da spogliatoio, aveva piuttosto un carisma forte, caldo, autorevole, da fratello maggiore. Era capace di mettere a proprio agio le persone. Io sono un tipo ansioso, soffro molto l’attesa delle partite. Mi si chiude lo stomaco, mi viene il respiro corto… Davide invece affrontava la gara come se fosse un allenamento: in tranquillità. Mi faceva rabbia: “Ma come fai a non sentire la tensione?”, gli chiedevo. E lui, prendendo mi di petto: “Ma di che cazzo ti preoccupi? È una partita, non la guerra, sei forte, devi darci una mano perché abbiamo bisogno di te”. Certe volte mi mandava whatsapp di incoraggiamento nel tragitto in pullman dall’albergo allo stadio: invece di ascoltare musica con le cuffie inchiodate alle orecchie come tutti, pensava agli altri. Questo era Astori. Uno che trasmetteva sicurezza”.
È l’aspetto del suo carattere che le manca di più?

“Sì. Forse a causa del brusco distacco dalla mia famiglia quando ancora ero ragazzo, nelle squadre in cui sono stato mi sono sempre legato a figure di questo tipo, forti e sicure di sé. Sono una persona sensibile e ho bisogno di una guida. Nella lettera che gli ho dedicato ho scritto che a tavola, dopo l’allenamento, appoggiavo la testa alla sua spalla. Lo facevo per stanchezza, ma soprattutto per ricevere conforto e affetto”.
Un vero capitano, insomma…

“I primi giorni di ritiro, in estate, in squadra facevamo fatica a legare: c’erano tanti giocatori nuovi, provenienti da campionati e Paesi diversi. Si erano creati i soliti gruppetti: i francesi non parlavano ancora italiano, quelli dell’Est stavano con quelli dell’Est, quelli di lingua spagnola per conto loro…Davide andava da tutti e improvvisava un idioma tutto suo che adattava di volta in volta all’interlocutore. Ha colmato il distacco che c’era tra di noi e ha creato il gruppo che siamo oggi”.
Al posto suo chi di voi ora dà il via al gioco dei “due tocchi”, di cui parla nella lettera?

“Chi capita. Ho notato che il mister ci lascia qualche momento in più per farlo, prima dell’allenamento. Prima ci dividevamo in gruppetti. Ora siamo tutti insieme, in un unico cerchio. Che ogni volta mi pare più grande”.
Della morte di Astori ha colpito anche il cordoglio sincero del mondo del calcio per la perdita di un professionista mai sopra le righe.

“Davide era l’essenza della semplicità. Si dice che se ne vanno sempre i migliori: nel suo caso è vero. Quando tra noi, o sui social e in tv, coglieva atteggiamenti arroganti oppure vanitosi, insomma “da fenomeno”, si arrabbiava, più o meno per scherzo. Era legato a un tipo di calcio che si sta perdendo, un calcio di campo, discreto, fatto di uomini e non di personaggi. Soffriva perché l’immagine del calciatore è oggi legata a certi stereotipi, donne e belle macchine. In questo siamo molto simili”.
E in campo, in cosa avvertite la sua mancanza?

“Era quello la cui voce si sentiva più di tutte. Ti incitava nel pressing, ti guidava nei movimenti. In questo senso, il leader ora è Pezzella”.
Si dice sempre che eventi del genere spingono chi resta a riconsiderare le priorità della vita. È successo anche a lei?

“Avevo già ben chiare le cose per cui vale la pena vivere. Ma dopo il funerale ho tirato fuori delle cose di me che a questo punto della stagione credevo di aver smarrito. Quest’anno sono rimasto parecchio ai margini per colpa degli infortuni, subito dopo la sua morte ho pensato: “Adesso è proprio finita, è la botta finale, non mi rialzo più”. Poi il mercoledì, insieme a pochi altri ai quali la famiglia aveva concesso questo privilegio, ho visto Davide nella camera ardente e mi è scattato dentro qualcosa. Al funerale ho finito le lacrime, ho accettato il dolore e la mia fragilità, come non avevo mai fatto prima per paura di passare per un debole. Invece, mostrarmi per quello che sono mi ha reso più forte. È l’ultimo regalo che mi ha fatto Davide”.
Dopo i funerali, ha più rivisto Francesca Fioretti, la compagna di Astori e madre di sua figlia Vittoria?

“Prima ci eravamo visti giusto un paio di volte in piscina. Più che ai funerali, mi sono avvicinato a lei nella camera ardente. L’ho abbracciata con pudore, lei ha ricambiato stringendomi forte. E in quell’abbraccio ci siamo trasmessi più di quanto avremmo potuto fare con mille parole”.

 Fabrizio Salvio 

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