Soldado: la recensione del film con Josh Brolin e Benicio Del Toro diretto da Sergio Sollima

La storia e l’esperienza ci hanno insegnato che i confini, dopo un primo, breve periodo di rigidità, sono condannati a esistere in funzione della loro permeabilità, della loro mobilità, della loro porosità. Le forze che premono e si muovono da un lato e dall’altro del confine, sono destinate a un’osmosi, a un’attrazione irresistibile che generi umori meticci e nuove consapevolezze.
Sicario è un film di e sul confine, che mostra il rimescolamento delle forze in campo e che osserva scientificamente l’evoluzione (incompiuta) del loro processo aggregativo.

Sono innumerevoli, i confini fotografati, raccontati, o tracciati da Denis Villeneuve: quello che separa Messico e Stati Uniti, e le loro giurisdizioni; quello tra le agenzie federali statunitensi, unite dalla lotta al narcotraffico; quello che divide la legalità dell’intervento dalla sua illegalità, e quello della morale, sui quali è costretta a riflettere la protagonista Emily Blunt, agente dell’FBI chiamata a far parte di un team interforze che vede coinvolti esercito e CIA e che opera in maniere non esattamente correte dal punto di vista procedurale.

E dalle tensioni tra questi confini, e tra il personaggio della Blunt e quello di Josh Brolin (uno spook, un’agente dell’intelligence) e soprattutto quello di Benicio Del Toro (procuratore messicano che ha deciso di punire i cattivi e inseguire la giustizia, anche privata, con altri mezzi, figura di carismatica e inquietante rilevanza), che Sicario trae la sua energia propulsiva e vibrante, tanto più efficace quanto spesso inesplosa e sotterranea.
Nello sguardo sperduto e confuso, eppure determinato, della Blunt e in quello doloroso ma raggelato di Del Toro, nelle loro comunicazioni spesso non verbali, si annidano uno spessore psicologico e un interrogativo morale che sostengono il film tanto quanto la pulizia nervosa della regia, la splendida fotografia di Roger Deakins, una bellissima colonna sonora di Jóhann Jóhannsson e le performace dei protagonisti.

Villeneuve trova dei momenti di grande cinema (su tutti, l’entrata e l’uscita di un convoglio di auto da Juarez, dove gli americani si affacciano per prelevare un boss del narcotraffico), e non è solo per l’accuratezza tattica e per la capacità di ritrarre l’azione che in numerosissime inquadrature sembra essersi chiaramente ispirato allo stile di Michael Mann. Lo è anche perché, in Sicario, le tensioni e le sospensioni, quegli sguardi, e la capacità di mescolare la tensione claustrofobica delle sequenze più tese e ricche d’azione con la carica nervosa derivante dagli spazi vuoti, geografici e mentali, contemplati e riflettuti da coloro che li affrontano e attraversano, sono strumenti fondamentali alla struttura e alla grammatica del film.
E come in Mann, in Sicario si lavora quindi anche su un altro confine, quindi: quello tra cinema di genere e cinema d’autore, scovando la bellezza nella natura meticcia.

Ma nella dialettica tra Blunt e Del Toro, nella capacità di Villeneuve di ritrarre entrambi senza farli etichettare secondo la morale comune, ma raccontandoli come interrogativi ambulanti sulla deriva forse irrecuperabile del mondo in cui sono, e siamo calati, Sicario si permette anche il lusso di ragionare sul confine maschile-femminile: Emily e Benicio sono le due facce antropologiche della legge, quella materna e quella paterna, costretti a osservare la linea netta che li separa e a subire lo scacco di una conciliazione o di un’alternanza che appare cupamente impossibile.

Segui altre curiosità dei film di 01Distribution anche con i loro account social. Vivi live tutte le emozioni di #Cannes2015!

facebook.com/01distribution

twitter.com/01distribution

instagram.com/01distribution/