The Happy Prince: Rupert Everett racconta il suo Oscar Wilde, a metà fra Cristo e un vagabondo romantico

Ha aspettato di compiere quasi sessant’anni Rupert Everett prima di esordire dietro alla macchina da presa, anche se in realtà erano dieci anni che provava a realizzare l’unico film con cui avrebbe potuto sedere per la prima volta sulla sedia del regista, un film sull’artista che diede inizio, secondo lui, al movimento di liberazione omosessuale e lgbt: Oscar Wilde. In The Happy Prince, che esce in Italia distribuito da Vision Distribution, lo ritroviamo a Parigi, ultimo vagabondo del diciannovesimo secolo che nonostante i malanni è ancora galante, romantico e amante delle belle storie e dei ricordi felici.

Everett, che ha incontrato Wilde sulle tavole de palcoscenico e nei due film Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest, naturalmente ha interpretato il personaggio, con cui condivide, fra le altre cose, alcune difficoltà legate al post coming out. E’ lui stesso a raccontarcelo in occasione della presentazione, alla Casa del Cinema di Roma, del film, che arriverà nelle sale 12 aprile.

Everett non ha l’aria malconcia e dimessa del drammaturgo irlandese scomparso il 30 novembre del 1900, ma appare in splendida forma e parla con sincerità e dolcezza. “Quando lavori e operi in un universo come quello del cinema, che è stato e in parte è ancora aggressivamente eterosessuale” – dice – “devi ‘negoziare’, se sei gay, e prima o poi finisci per per andare a sbattere contro un muro altissimo, enorme. Ricordo che negli anni ’80 e ’90 non era facile per me lavorare nel mondo dello spettacolo. Anche per questo Oscar Wilde è sempre stato una grandissima fonte di ispirazione. Rammento bene che, quando ero un giovane adulto nella Londra degli anni Settanta, l’omosessualità era stata dichiarata legale da pochissimo, dal ’68, quindi c’erano grandi pregiudizi, non come all’epoca di Wilde, ma il suo esempio mi veniva comunque spesso in mente”.

Poi l’attore/regista spiega perché si sia concentrato sulla dolorosa fase finale della vita dello scrittore: “Ho scelto di dedicare un film ai suoi ultimi anni perché la parte conclusiva della sua vita è stata incredibilmente romantica, e poi mi piace la belle époque, adoro l’ultimo decennio del diciannovesimo secolo e volevo restituire l’immagine di Wilde – che come Paul Verlaine era stato ostracizzato dalla società e trasformato in un relitto – che vagabondava per i boulevard a implorare i passanti di offrirgli qualcosa da bere”.

Poi Everett, sollecitato dalle domande dei presenti, torna a parlare di omosessualità e, dopo aver dichiarato di essere stato attento a “fornire un quadro accurato dell’omosessualità alla fine del diciannovesimo secolo senza sovrapporla a quella attuale”, condanna l’omofobia che al giorno d’oggi regna anche nei paesi culturalmente più sviluppati: “La storia di quest’uomo che viene distrutto perché è un omosessuale è qualcosa in cui oggi possono immedesimarsi in molti. Le persone vengono distrutte in Russia, in Giamaica, in India, ma la cosa peggiore è che succede continuamente perfino in Inghilterra, e in Italia con l’avvento della Lega. La situazione è sempre più tragica e pericolosa: ragazzi di diciassette anni si suicidano, Genova ha rifiutato di ospitare il Gay Pride e così via. Sono cose a cui dobbiamo prestare attenzione, dobbiamo continuare a vigilare”.

Uno degli obiettivi che Rupert Everett ha sempre tenuto a mente mentre scriveva The Happy Prince è stato non fare di Oscar Wilde un santo, un uomo lontano dalla realtà e dalle umane debolezze. L’artista in disgrazia che si tinge le guance di rosso e canta ubriaco in una bettola non appare mai, nel film, come una vittima, tantomeno dell’Inghilterra: “l’Inghilterra non lo odiava, è stato lui a tirarsi addosso lo scandalo perché ha trascinato in tribunale il marchese di Queensberry. Se non l’avesse fatto, probabilmente l’establishment britannico avrebbe chiuso un occhio di fronte alle sue stravaganze. La ragione per cui Wilde è finito in rovina è che, essendo arrivato all’apice del successo, non aveva più consapevolezza del mondo che lo circondava, superbamente pensava che fosse costruito su misura per lui. Certo, gli inglesi non lo amavano particolarmente, ma la distruzione fu lui ad autoinfliggersela”.

Se The Happy Prince non è un’agiografia, si intravede nel racconto un paragone fra Oscar Wilde e Cristo, che attraverso il sacrificio hanno reso libera l’umanità: “Oscar Wilde, nel corso della sua intera vita, ha flirtato con la chiesa cattolica, era affascinato dalla figura di Cristo e dal suo sacrificio, e chissà che la sua decisone di non fuggire e quindi di andare in carcere non sia dipesa anche da quest’ammirazione. Per lui la prigione probabilmente significava anche una rinascita, una sofferenza necessaria. La sua idea di Cristo era interessante, è contenuta nel De Profundis, credo che la chiesa dovrebbe leggerlo. Io stesso sono stato educato all’interno della Chiesa Cattolica, quindi anche per me la figura di Cristo è importante”. 

The Happy Prince ha uno stile di regia molto particolare – ora più mosso e realistico, ora più statico e quasi da tableau vivant – e si distingue per una grande attenzione al look dei personaggi: “Per quanto riguarda i movimenti di macchina, volevo che il film fosse un punto di incontro fra Luchino Visconti e le riprese fatte con la tv a circuito chiuso, desideravo che ci fosse qualcosa di estremamente pianificato associato a uno stile quasi da camera a spalla, uno stile documentaristico. Ho pensato ai fratelli Dardenne, che usano un trucchetto favoloso: nei loro film il personaggio guarda in macchina e stabilisce subito un rapporto con la macchina da presa e quindi con lo spettatore, poi la macchina da presa comincia a seguirlo e lo vediamo prevalentemente di spalle. E’ una cosa che amo e a cui ho pensato per The Happy Prince“.

Rupert Everett, però, ha tenuto conto soprattutto, della lezione di Morte a Venezia: “Il personaggio di Tadzio è stato costantemente presente nella mia mente, è a lui che ho pensato quando ho elaborato il look di Bosie. Considero Morte a Venezia uno dei mie film preferiti, adoro Visconti e il mio viaggio nel cinema italiano è partito proprio con l’assistente di Visconti, Franco Zeffirelli, di cui ho visto e amato molto Romeo e Giulietta e Fratello Sole, sorella Luna. Mi piace quell’estetica là. Il cinema italiano, poi, presta attenzione ai costumi più di qualsiasi altro cinema, ecco perché in questo film ho lavorato con i vostri costumisti Millenotti e Casalnuovo. Credo che in un film sia importante vedere più di ogni altra cosa la testa e il viso degli attori, per questo ho dato grande importanza al trucco e alle acconciature, per cui ho chiamato artisti italiani”.