The Predator: la recensione del film di Shane Black, nuovo capitolo della saga del predatore alieno

Bisogna essere sinceri. Che The Predator sia stato un film dalla lavorazione un po’ travagliata, che ci siano stati massicci re-shooting, che quasi tutto il terzo atto sia stato rifatto da capo a piedi, che in seguito a questioni non cinematografiche siano state tagliate delle scene, beh: tutto questo, specie verso la fine del film, si sente anche. Che tutto questo riesca ad affossare il lavoro fatto da Shane Black – che non è solo un lavoro su questo film, o sulla serie di Predator, ma sull’idea stessa di cosa debba o possa essere il cinema d’azione hollywoodiano oggi, – beh: questo è un altro paio di maniche.

Se i Predator, con le loro astronavi, arrivano sulla Terra dopo una sorta di salto nell’iperspazio, così The Predator irrompe nella Hollywood di oggi quasi dal nulla, facendovi precipitare dentro, e con effetti altrettanto devastanti, enormi frammenti di un cinema glorioso e passato, oramai tristemente alieno alle nostre sale: quello degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta.

Sedersi al cinema e guardare il film di Black fa quindi l’effetto di un bizzarro viaggio nel tempo, dove non siamo tanto noi a tornare indietro, ma è quello che ci siamo lasciati alle spalle che torna prepotentemente a richiamare la nostra attenzione: indossando l’abito standard del periodo, ma adattandolo alle sue esigenze e alle sue forme, e non il contrario. Reclamando così un posto che gli spetta di diritto.

Navi spaziali, cecchini dell’esercito, spietati agenti governativi, bambini autistici, scienziate toste come lottatrici di MMA, soldati da manicomio che diventano eroi, arti mozzati, teste staccate, budella in bella vista, battutacce scorrettissime e sparate con più intensità dei proiettili che escono da fucili, mitra e pistole. E ovviamente i Predator: più di uno, e non dico altro (con anche i loro cani da caccia, qualcosa l’ho detto).

Tutto mescolato in maniera veloce e scomposta, spalmato su un canovaccio solido e magari anche improbabili, perchè va bene così, ma senza indugiare nei soliti ammiccamenti post-moderni, e senza farsi schiacciare dalla pressa che vede gli integralisti della serie da un lato, e i paladini del politicamente corretto dall’altro.

Black sa quello sa fare meglio, e lo fa al meglio: sparare one-liner micidiali, permettendosi anche di citare il sé stesso di L’ultimo boyscout senza sembrare ruffiano e autoindulgente, e inanellare scene d’azione esagerate e improbabili, ma liberatorie e divertentissime. Il tutto, senza dimenticare le lezioni apprese girando Iron Man per la Marvel, e quindi con quella sfrontatezza tutta contemporanea che gli permette di utilizzare al meglio  – anche quando in chiave volutamente anti-moderna – gli effetti speciali. In mezzo, senza che stoni, anche un richiamo al problema più grande dei nostri anni, quello dei mutamenti climatici.

E il risultato è tanto esplosivo quanto anarchico.

Anarchico perché The Predator arriva a scardinare i meccanismi da giocattolo, e ultraprevedibili, del cinema action dei nostri anni, di derivazione fumettistica o meno; a ridimensionare l’enfasi esagerata sulla fisicità e sugli stunt eccessivi di certe saghe; ma soprattutto a raccontare, con le facce giuste, di un mondo dove a salvare la situazione, alla faccia del governo cattivo, sono i matti, i reietti, quelli che fumano, che dicono le parolacce, i diversi (gli autistici) e quelli che sono intelligenti (tanto) senza per forza dover ricadere nello stereotipo oramai trito del nerd alla Big Bang Theory, e che anzi sanno menare le mani e sparare e far valere i loro diritti. Anche femminili.

Può bastare, no?