The Walking Dead 8: Nuove relazioni e la fine della guerra, parlano Amelio, Payne e Marquand

Continua il nostro giro di interviste esclusive ai produttori e protagonisti della serie di successo The Walking Dead. Dopo la chiacchierata con Greg Nicotero e Christian Serratos, ecco cosa gli attori Austin Amelio, Tom Payne e Ross Marquand – interpreti ricordiamo di Dwight, Jesus e Aaron rispettivamente – ci hanno detto degli ultimi eclatanti sviluppo nell’ottava stagione (in onda su Fox e in streaming su NOW TV ogni lunedì alle ore 21:00) e di quello che attende i fan nei prossimi episodi, anche rispetto a quanto già raccontato nei fumetti.

Affrontiamo subito la morte di Carl: come avete reagito e cosa tutto ciò significherà per la serie?

TP: C’è una differenza dal fumetto, alcune cose sono accadute, e anche se puoi immaginare che altre accadranno, questo cambia tutto. Noi avevamo un’idea su come le cose potessero svilupparsi. Io ad esempio avevo dichiarato che per me Carl rappresentava il futuro dello show, quindi sì, c’è un grosso cambiamento. Anche perché chiunque lascia lo show per diversi motivi, cambia le dinamiche del gruppo. Sia sul set che fuori. E ora non avere quella voce giovane, che c’era fin dall’inizio, è davvero strano.

AA: Era uno dei cardini dello show.

TP: Soprattutto per Andy [Andrew Lincoln]. Per lui è proprio dura.

Quindi anche per voi è stata una sorpresa.

TP: Assolutamente.

RM: Io l’ho saputo quando ho letto la sceneggiatura la prima volta. Altri membri del cast lo sapevano già, ma io sono stato lontano per un po’ e quando sono tornato sul set mi è preso un colpo. Perché noi avevamo sempre pensato che fosse lui il futuro dello show.

TP: È una di quelle cose che quando le senti non ci credi.

RM: È un cambio radicale dal fumetto.

A proposito di questo, nel fumetto i personaggi di Jesus e Aaron hanno una relazione. Come la vedreste nello show?

TP: Credo che sarebbe interessante, ma il suo compagno è appena morto, è appena successo! È strano che tutti ci chiedano questa cosa. Sarebbe più divertente se anche i nostri personaggi ne parlassero come ne parliamo noi, del tipo “Lo sai che tutti vorrebbero che…”. Anche perché non tutti nello show hanno una relazione, anzi, non ce ne sono per niente, quindi, per quale motivo dovrebbe per forza accadere?

Riguardo questa stagione, l’ottava, c’è qualcosa che potete anticiparci che ancora non sappiamo?

TP: Ci sono risoluzioni a diversi problemi che stanno nascendo nel cast. Nel cast? [Ride] Intendo dire nello show, nella trama.

AA: Non credo che si possa dire questo.

RM: Per me è la conclusione della guerra. La comunità si unisce in questa stagione, in un modo incredibile.

Vi hanno allenato per bene…

TP: [Ride] Sì, sì, assolutamente. Ho letto le interviste che hanno rilasciato gli showrunner per vedere quello che dicevano loro, per essere sicuro di non avere problemi con quello che avrei potuto dire io!

Ross, cosa puoi dire del percorso personale del personaggio di Aaron in questa stagione?

RM: La morte del suo compagno – non importa dopo quanto, e loro sono stati insieme tantissimo, anzi, forse la loro è stata la relazione più lunga di tutta la serie – lo fa vivere con più immediatezza. Ogni momento per lui è una missione da compiere per non pensare a Eric.

Per quanto riguarda il personaggio di Dwight, qual è il suo piano a lungo termine, visto che nessuno si fida più di lui?

AA: Non credo abbia un piano a lungo termine, vive alla giornata e se ne rende conto. Credo che sia una brava persona in una brutta situazione. E sa che il suo tempo sta per arrivare. Questo è quello che consuma la sua mente al momento. Certo, una luna di miele con Sherry sarebbe meravigliosa per lui, ma purtroppo non credo sia nei piani.

Avete avuto accesso a tutta la sceneggiatura o soltanto alla vostra parte? Come funziona?

TP: Ci danno la sceneggiatura dell’episodio, ma quegli attori che non sono presenze fisse hanno solo le loro scene, e così è abbastanza difficile. Quando sono arrivato io ho dovuto pregare per farmi dare il piano di lavorazione, per sapere quando avrei girato le scene con molto dialogo. C’è molto riserbo su questo, che a volte si trasforma in frustrazione per noi. Ma in generale non ci dicono mai tutto. All’inizio di una stagione abbiamo una chiacchierata molto generica con lo showrunner, il quale ci dice che potrebbe accadere questo, o quest’altro, ma è talmente vaga come indicazione che è come non sapere niente. Ho saputo che avrei avuto una discussione con Morgan [Lenni James] all’inizio della stagione, ed era tutto così vago, del tipo “Uhm guarda, Jesus avrà uno scontro con qualcuno che… uhm…”. Non volevano dirmi con chi! E non capivo il perché. Era davvero frustrante.

Perché pensi sia così?

TP: Non ne ho idea, se non che firmiamo un contratto con clausole infinite di responsabilità.

AA: Non credo dipenda solo da quello, a volte non lo sanno davvero nemmeno loro, perché la sceneggiatura non è sempre completa all’inizio della stagione.

TP: E anche in fase di shooting possono cambiare delle cose, vero.

Per quanto riguarda il set, c’è molta sicurezza?

TP: Abbastanza direi, è difficile entrare.

AA: C’è un checkpoint e abbiamo guardie personali che controllano e stazionano all’ingresso.

TP: Ma non è esagerato, non è un set Marvel! Anche perché è impossibile nascondere tutto. Quando sono arrivato io, sul set ci nascondevamo con gli ombrelli, per nasconderci dalla gente che si arrampicava sugli alberi per scattare foto. Ma poi abbiamo smesso.

Questo vi dà l’idea del fenomeno The Walking Dead.

TP: Sì, decisamente. Per quanto mi riguarda, non ne avevo idea, non lo guardavo prima di lavorarci. Quando arrivi per la prima volta sul set ti accolgono tutti con questa frase, “Benvenuto a The Walking Dead“, e te lo dicono tutti con quest’aria piuttosto solenne, e tu sei lì che li guardi e pensi, “Vabbè dai, è un programma televisivo, rilassatevi”. Però poi cominci a lavorare, ti rendi conto della portata dei fan. Quando eravamo a Tokio con Austin per capodanno, e ci hanno riconosciuti, urlavano come pazzi, io non mi capacitavo davvero.

AA: È strano perché, quando giri, sei in un piccolo gruppo di attori e tecnici, e nella foresta per esempio non è enorme. Cioè, è vero che il cast è enorme, ma le scene nella foresta sono con un piccolo gruppo di attori, e sembra davvero piccolo. Poi, appunto, esci da lì e arrivi a Tokio e cambia tutto.

TP: Negli ultimi mesi siamo stati a Tokio, Sydney, Melbourne e Auckland, e ovunque, ovunque ci hanno riconosciuto. Quando sono arrivato sul set, ho chiesto a Andy se ci fosse un posto dove potessi andare senza essere riconosciuto, e lui mi ha risposto di no. E comunque sentire una cosa del genere e poi renderti conto che è vera, che la gente che nemmeno parla inglese ti guarda e urla “Jesus, Jesus” è davvero bizzarro. È bello, è una bella sensazione vedere questo entusiasmo, fa bene allo show.

Com’è stato per voi vedere quanto questa serie abbia significato nell’abbattere le barriere e portare l’horror alla massa?

RM: Li rende più umani [gli zombie] di quanto abbia mai fatto qualsiasi film o serie tv, perché non è solo il gore o l’horror, in realtà è proprio il dramma umano che si consuma sotto gli occhi, e non parlo solo di sopravvivenza, ma anche a livello emotivo. Specialmente in questa stagione, imparare a convivere con i nemici, i cattivi. C’è il senso del perdono, ci si chiede se possiamo lavorare insieme ai Salvatori, e perdonare questo uomo [Negan] che ha preso così tanto da noi, quando arriva con questa incredibile offerta di aiutarci. Ma possiamo fidarci dopo tutto quello che ha fatto?

Qual è secondo voi l’eredità della serie?

AA: Far riunire le persone. Per quanto bizzarro possa sembrare, The Walking Dead è uno show per famiglie. Le famiglie si riuniscono per guardarlo, gruppi di amici si riuniscono per guardarlo, e fanno feste a tema. Per me è questa l’eredità. L’ho sperimentato personalmente.