The Walking Dead: Andrew Lincoln pronto a lasciare? Parlano Greg Nicotero e Christian Serratos

Da oggi e nei prossimi giorni ComingSoon.it Serie TV pubblicherà una serie di interviste esclusive ai produttori e protagonisti della serie di successo The Walking Dead, la cui ottava stagione è in onda su Fox e in streaming su NOW TV ogni lunedì alle ore 21:00. Partiamo da Greg Nicotero e Christian Serratos. Il primo, oltre a essere uno dei produttori esecutivi dello zombie drama, ne ha diretto diversi episodi (due solo quest’anno, inclusa la controversa premiere di metà stagione) ed è l’artefice dei meravigliosi camminatori che ogni settimana terrorizzano sopravvissuti prima e fan poi. Serratos, invece, veste i panni di Rosita Espinosa, la soldatessa ispanica fedele al gruppo di Rick, nel cast dalla quarta stagione. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Come siete riusciti a mantenere vitale il fenomeno The Walking Dead, considerando che inizialmente era una serie di nicchia?

GN: Quando abbiamo iniziato, non avevamo minimamente l’idea che avrebbe avuto così tanto appeal. Lo attribuirei al fatto che nasca come effetto d’insieme grazie al grandioso gruppo di personaggi, e che ogni personaggio sia riconoscibile e di conseguenza il pubblico ci si possa identificare. Io venivo dal mondo degli effetti speciali, per me aveva a che fare solo con gli zombie. Ora mi rendo conto quanto i personaggi siano fondamentali alla storia.

Come vi fa sentire il fatto che The Walking Dead abbia influenzato e stia influenzando altri show?

GN: Ne sono fiero, siamo stati il primo show a spingere le barriere più in là, in termini di quello che potevamo permetterci di fare – nella storia e negli effetti speciali. Noi e Il Trono di Spade, credo. Ora ci sono tantissimi programmi che osano di più, anche grazie a noi. Per quanto mi riguarda, il complimento più bello è il ritorno del trucco per gli effetti speciali. In un mondo dove quasi tutto è relegato agli effetti visivi e CGI, ho incontrato persone che si sono appassionate, e sono contento che la maggior parte dei fan siano ragazze di 16-17 anni che vogliono imparare a fare trucco prostetico. Quando ho iniziato io era una passione di nicchia, per pochi, principalmente maschi che si esaltavano per la sega elettrica. Per cui, il fatto che abbia aperto un mondo alle giovani make-up artist mi fa davvero essere molto contento sul futuro del genere.

Andrew Lincoln ha dichiarato a Entertainment Weekly che nelle prossime stagioni la serie potrebbe andare avanti anche senza di lui. Cosa ne pensate?

GN: Ah sì? Non ne so niente. Non sapevo nemmeno girassero già voci su possibili sviluppi. Quello che posso dire è che lo show si evolve, è già cambiato varie volte. Fa parte proprio del suo DNA, che è una storia di sopravvivenza e di un momento difficile che le persone si trovano a dover sopportare e superare. Ma più di questo non saprei.

Avete mai pensato di dedicare una parte della storia a un periodo di pace totale e vedere come i personaggi si comportano?

GN: Dal punto di vista drammaturgico, i conflitti rendono meglio, ma credo anche che una delle parti più riuscite del nostro show sia quando la maggior parte dei personaggi arriva ad Alexandria. Fino alla metà della settima stagione e prima che i Salvatori si palesassero le cose andavano piuttosto bene ad Alexandria, la gente stava bene e hanno avuto tutti un periodo di pace. È solo alla fine della stagione 7 che le cose cambiano. Bisogna godersi i contrasti.

CS: Ci devono essere, altrimenti la gente guarderebbe solo la Pixar e non il nostro show. Quando ci sono di mezzo sentimenti di sopravvivenza, paura, perdita, è tutto più diversificato, più stratificato. Senza questi conflitti non sarebbe The Walking Dead.

Quali sono per voi le sfide maggiori per restare al top?

CS: Per noi non si tratta di fare qualcosa per rimanere al top, cerchiamo tutti di fare il meglio in assoluto. C’è uno standard da garantire che è stato mantenuto per 8, quasi 9 stagioni. Per noi è quello l’obiettivo.

GN: È uno show incredibilmente difficile da girare, e molto complesso. Abbiamo registi che hanno lavorato su altre cose, che arrivano da noi e sbuffano per la quantità di dettagli che mettiamo in ogni inquadratura, però è anche il più divertente. Siamo tutti in trincea, è un’esperienza comune. Quando abbiamo ricominciato a girare ad aprile, sembrava il primo giorno di scuola.

Quanto è stato difficile, all’inizio, portare l’horror in tv?

GN: Credo che parte dello sdoganamento e del rinnovamento del genere sia avvenuto con i videogame, con Resident Evil e The House of the Dead, all’inizio degli anni 2000, i quali hanno dato la possibilità di uccidere gli zombie da casa. Poi sono arrivati i film – 28 giorni dopo, Resident Evil, L’alba dei morti dementi. Questi film hanno aperto la porta a tutto un nuovo genere che ha attirato anche un pubblico diverso, non solo quelli come me, ma giovani che si divertivano a fare cose diverse, e quando aggiungi a questo mix anche The Walking Dead, con tanti personaggi forti, di cui molte donne, si spalanca un mondo. Credo che lo show sia arrivato al momento giusto. Il pubblico era pronto a vedere qualcosa in tv che [prima] non sarebbe stato possibile fare nemmeno per Il giorno degli zombie, per il problema della censura. Mi ricordo che con George [Romero] abbiamo filmato gli zombie davanti al green screen perché avevamo bisogno di un passaggio come “effetto” in un momento troppo gory, per “pulire” l’inquadratura. E dovemmo preoccuparci di questo nemmeno tantissimo tempo fa. Era il 1985.

Con la morte di Carl, la serie ha preso una direzione diversa rispetto al fumetto. Quali sono le ragioni?

CS: È una questione di equilibrio, non di cambiare la storia. Lo show non vuole cambiare la storia del fumetto apposta, cerca di renderla migliore.

GN: Se avessimo fatto un semplice remake del fumetto, non credo sarebbe stato molto interessante da vedere. Tutto sarebbe stato abbastanza prevedibile, almeno per chi conosce il fumetto. Il fatto è che abbiamo deviato dalla graphic novel per servire la nostra storia, abbracciando totalmente questi detours. Ci sono dei momenti chiave nei fumetti ai quali volevamo rendere omaggio e che per questo abbiamo dovuto rimaneggiare per farli rientrare nel nostro format, come per esempio la morte di Abraham, che abbiamo cambiato. Per noi è importante avere un punto di vista nuovo per mantenere l’attenzione del pubblico.

Per quanto riguarda la stagione 9, quali novità avete in mente?

GN: Non ne abbiamo ancora discusso seriamente. Angela [Kang, sceneggiatrice e co-produttrice esecutiva della serie] è una scrittrice fantastica. Ha scritto alcuni degli episodi migliori, e abbiamo lavorato fianco a fianco nel primo episodio che ho diretto [l’undicesimo della stagione 2, La sentenza]. Quell’episodio è stato uno studio affascinante – succedevano moltissime cose allo stesso tempo, l’effetto film La parola ai giurati, quando tutti sono contro tutti a causa di Randall, e Carl si ritrova nel bosco a liberare lo zombie che poi ucciderà Dale. Fu così complicata quella puntata, e Angela era lì. Mi aspetto grandi cose.